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MR. D – THE FINAL CHAPTER

Ebbene sí, anche la saga di Mr D giunge al suo termine. Dallo scorso giugno abbiamo riso, gioito, sofferto insieme a lui. Le sue avventure (tutte reali, credetemi) hanno costituito uno dei piatti forti di questo blog e ci hanno consentito di scoprire le sfumature di un personaggio piú unico che raro, che solo un personaggio come me poteva incontrare e descrivere al meglio.
Giunge oggi il momento del congedo. Non prima, tuttavia, d’aver riflettuto sulle sue caratteristiche positive, che pure spiccavano, anche in mezzo alle innumerevoli anomalie (chissà quanti altri post sarebbero venuti, elencandole tutte…).
Era generoso, fondamentalmente buono, professore sensibile, esecutore sublime dei suoi autori preferiti.
La Quaresima è nell’aria, nondimeno. In questo periodo il pensiero non può che correre ad un particolare aneddoto che Mr. D mi raccontò ricavandolo dalle sue esperienze personali.
Mr. D veniva da un paesino in provincia di Crotone, noto a suo dire in tutto il mondo per una processione del Venerdí Santo durante la quale i giovani del paese, a piedi nudi, camminavano sulle tortuose e non asfaltate strade del posto, trasportando una pesantissima (varie tonnellate) vara raffigurante una sorta di Pietà, una Madonna che stringeva a sé il Figlio appena deposto dalla croce.
Era tradizione antichissima e, a dire di Mr. D, privilegio raro. Una famiglia nobile del paese, da innumerevoli generazioni, aveva il compito di guidare la processione, immolando in propria rappresentanza un esponente maschio del clan. A seguire, altri giovani del paese.
Per la strada, i bimbi erano soliti accompagnare il corteo, dicendosi l’un l’altro: “Guarda, un sassolino! Togliamolo sennò Gesú si fa male!”, e varie altre squisitezze simbolo della sensibilità religiosa di chi è puro di cuore. Chissà, forse coloro che erano già stati accarezzati dalle lusinghe del Demonio, esclamavano piuttosto: “Guarda, un sassolino! Avviciniamolo, cosí Gesú si fa male!“.
Un anno toccò anche a Mr. D questo gravoso ma gratificante compito.
Lo sforzo fu immane, tant’è che il poverino ebbe problemi a muovere la spalla per due giorni al termine della processione, né era raro che lussazioni e problemi ortopedici fioccassero a iosa in tale periodo.
Quello che piú lo colpí fu, tuttavia, il paradosso sociolinguistico dei portatori.
I portatori della vara, quando non costretti, erano ovviamente persone di Fede solida, ai limiti del parossismo e della fanatica esagerazione. La loro fatica era luminosissimo esempio di Devozione e Pietà popolare, simbolo concreto e inoppugnabile di offerta al Signore del piú nobile degli sforzi fisici (anche a dispetto delle lussazioni).
Eppure, nell’esprimere il dolore e la fatica provati durante lo sforzo, alcuni di essi, per paradosso appunto, arrivavano a bestemmiare. Sí, avete letto bene, a bestemmiare.
Non solo. Non si limitavano a semplici “mannaggia…” o simili, arrivavano ad elucubrare perifrasi interminabili e sintatticamente piú che contorte, con delle coloratissime evoluzioni e giravolte, ricche di complicazioni morfosintattiche in grado di far impallidire ad un tempo un ateo, una bestia di Satana e qualche autore di certa manualistica universitaria. Qualcuno arrivò a sacramentare contro l’autore della particolare colorazione delle penne degli angeli che, in acconcia postura, rendevano omaggio alla Vergine Santissima e alla di Lei Santissima Prole.
Mr. D ne rimase alquanto colpito.

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