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la leggenda (velocizzata) del santuario

Saint Seiya – the Legend of Sanctuary’ va guardato di sicuro ma chi ha apprezzato la serie televisiva degli anni ’90 non può fare a meno di costatare la mancanza di almeno uno dei valori che la caratterizzavano:

l’importanza della lentezza e dell’attesa.

Parrebbe un’osservazione oziosa, visto che si è dovuto sincopare in un unico film il racconto di un’intera serie ma, usciti dalla sala, si ha come l’impressione di una ricchezza svuotata. Mancano le dodici fiaccole accese, l’angosciosa e trepidante attesa dell’esito, il tempo necessario alla riuscita… Soprattutto, gli insegnamenti che scaturiscono dai dialoghi tra i duellanti, laddove ad essere a confronto sono visioni del mondo piú che qualità d’addestramento.

E sia, qualcosa è sembrato anche piú logico, ad esempio il fatto che i Cavalieri d’oro già ”illuminati” si attivino fin da subito per aiutare quelli di bronzo, diversamente da come avveniva nella serie, con un Mur fermo tutto il tempo e Ioria che si limitava a seppellire Cassios. Si vuol tacere riguardo al ruolo di Virgo, spostato su opposto binario, e di Aquarius.

Tutto questo, si badi, al netto dell’apprezzabile estetica baroccheggiante delle Case dello Zodiaco, del Grande Tempio sospeso tra le nubi (perché non nello spazio, a questo punto?) e delle armature portate a rinnovellato e avveniristico splendore.

Al netto, anche, di un Mylock e di una Isabel di Thule disegnati in modo perfettibile, a prescindere dall’assenza di Shingo Araki.

Un caro saluto ai doppiatori.

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