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#iovotono

Secondo i giuristi contrari alla riforma, queste sono le motivazioni per votare No (da Corriere.it):

  • il nuovo Senato non sarà una Camera eletta a suffragio universale diretto;
  • non c’è ancora la legge sull’elezione dei senatori;
  • il sindaco e il consigliere regionale sono chiamati a svolgere una funzione amministrativa, basata sulla velocità delle decisioni, mentre il senatore svolge una funzione politica, basata sulla ponderatezza delle scelte legislative;
  • (secondo il vostro blogger preferito, alcuni amministratori avrebbero anche la tentazione di non andarci proprio, in Senato);
  • in tutta la storia repubblicana soltanto due governi sono caduti perché è venuta meno la fiducia in uno dei due rami del Parlamento. I governi spesso cadono a causa di accordi fatti fuori dal palazzo. Bastava inserire nella riforma la sfiducia costruttiva: perché un parlamentare, se sa che perderà il posto, ci pensa due volte prima di sfiduciare il governo che sostiene. E di tutto questo, nella riforma, non c’è traccia.
  • Non si modifica piú di un terzo della Costituzione per risparmiare, come certificato dalla Ragioneria generale, 50 milioni di euro. Praticamente 80 centesimi per ogni italiano, un caffè a testa ci frutta questa riforma. Vale giusto un caffè una riforma che punta a rafforzare i poteri del governo a scapito dei diritti dei cittadini? Si potevano risparmiare somme maggiori con un serio contrasto all’evasione fiscale.
  • Molti costituzionalisti, dopo aver analizzato il nuovo articolo 70, hanno contato tra i 7 e 13 procedimenti legislativi diversi. L’articolo 70 tratta in modo confuso i vari percorsi che dovranno seguire le leggi: saranno all’ordine del giorno contenziosi continui tra Camera e Senato. Le questioni che oggi si risolvono nella giunta del regolamento della Camera o del Senato domani finiranno sotto forma di conflitto tra poteri davanti alla Corte costituzionale. Quindi questa non è una riforma che velocizza il procedimento legislativo e che dà la necessaria trasparenza all’iter delle leggi. Per risolvere molti di questi problemi bastava mettere mano, senza cambiare la Costituzione, ai regolamenti parlamentari.
  • Con riguardo all’elezione del Presidente della Repubblica, «preoccupa molto quello che può succedere dopo il settimo scrutinio. Chi, infatti, ha il 54% dei seggi parlamentari grazie al premio di maggioranza dell’Italicum poi, sulla carta, avrebbe anche i numeri per boicottare i primi sette scrutini per l’elezione del capo dello Stato. E dal settimo scrutinio in poi c’è la possibilità che il partito di maggioranza relativa il capo dello Stato lo elegga da solo.
  • I limiti alla reiterazione dei decreti legge e i paletti per le leggi di conversione sono stati stabiliti da tempo dalla Corte costituzionale. Poi, con i disegni di legge da approvare a data certa è prevedibile che il governo monopolizzerà l’attività parlamentare con le sue proposte. In pratica, verrà estesa ancora di più la funzione di governo che invaderà definitivamente l’attività parlamentare. La divisione classica dei poteri rimarrà un lontano ricordo.
  • È falso affermare che nella riforma c’è un obbligo di legge per la calendarizzazione dei testi di iniziativa popolare: i tempi, le forme e i limiti dell’esame di queste proposte saranno infatti stabiliti dai regolamenti parlamentari che le varie maggioranze parlamentari decideranno di modificare. Per i tempi di calendarizzazione delle leggi di iniziativa popolare, per le quali si triplica comunque il numero delle firme richieste ai richiedenti (da 50 mila a 150 mila), tutto viene rinviato ai futuri regolamenti parlamentari. Per il disegno di legge del governo da approvare a data certa è stabilito il limite massimo di 70 giorni. Sul referendum abrogativo non è stata affrontata l’unica questione rilevante per chi li promuove: le modalità di raccolta delle firme che oggi comportano il pagamento dei cancellieri per l’autentica delle firme. In questo modo si riduce l’iniziativa referendaria a gruppi organizzati e finanziati, alle lobby e ai partiti. Su questi punti emerge tutta l’asimmetria di questa riforma.
  • Il controllo preventivo di costituzionalità della legge elettorale può essere utile ma non risolutivo. Le leggi, soprattutto quelle elettorali, vanno scritte bene a monte. E poi il plenum della Corte ha una composizione a geometria variabile: quello che oggi è incostituzionale domani — con un plenum diverso che è composto anche da 5 giudici eletti dal Parlamento e 5 di nomina presidenziale — potrebbe non esserlo.
  • «Si elimina la legislazione concorrente proprio al termine di un lungo periodo in cui la Consulta ci ha detto quali sono i confini e i limiti tra la legislazione regionale e quella statale. Sulla Sanità, che poi è la più strategica delle materie e sulla quale il governo ha molto speculato in queste settimane, la formula della nuova riforma è comunque opaca: allo Stato, le linee generali e alle Regioni, la programmazione e l’organizzazione dei servizi sanitari. E a proposito di federalismo fiscale, si conferma che le Regioni, anche per la Sanità, potranno contare soprattutto sul gettito fiscale locale. Ma questo vuol dire che le Regioni più povere del Sud saranno ancora una volta penalizzate»

 

Fonte: Corriere.it, ‘Cosa dicono i giuristi

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