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la via lattea

Alcuni programmi televisivi (‘La strada dei miracoli’, per dire) sembrano concepiti sulla falsariga de ‘La Via Lattea’ di Luis Buñuel.

Come si ricorderà, la pellicola è una lucida ed esaustiva sintesi di tutti gli approcci che l’animo umano può nutrire verso la religione; si racconta l’itinerario di due peregrini poveri diretti a Santiago de Compostela, il comportamento dei responsabili di un lussuoso ristorante, che conoscono alla perfezione le dispute teologiche ma si comportano in modo poco cristiano nel concreto, di due giovini che si esprimono in modo ribelle contro i dogmi, di due spadaccini che si sfidano a singolar tenzone sul vero significato della Grazia, di due ragazzi alle prese con un rosario e con la santa Vergine che, distanti nell’approccio mentale, devono dormire in stanze diverse della stessa locanda perché uno dei due cita il Vangelo: “Dio non accende una fiaccola per tenerla sotto un moggio”. C’è finanche Gesú, a un certo punto.

Nel caso televisivo, di fronte ai numerosi casi di cronaca che riguardano apparizioni miracolose e statue che trasudano, da un lato è rappresentato l’atteggiamento critico, dall’altro quello fideistico. Da un lato si difende la religione ricordando come questa, quando è matura, non debba appoggiarsi al miracolistico, dall’altro si argomenta che il divino può decidere di manifestarsi in modi diversi.


Nessuno si offenda ma davvero è altamente spirituale un oggetto di devozione che trasuda essenze organiche? Non sarebbe altrettanto nobile la conversione nel cuore di un ateo?

Se proprio si vuole l’effetto speciale, non sarebbe meglio un raggio di luce che scende dal cielo?

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