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uomini e volpi

La volpe a tre zampe’ è un film, a mio avviso riuscito, firmato da Sandro Dionisio nel 2002. Non ancora distribuito nelle sale, prende le mosse dall’omonimo libro di Francesco Costa e da una storia interessante, quella di una volpe che, rimasta intrappolata in una tagliola, preferisce rosicchiarsi una zampa pur di fuggire e tornare in libertà. Non una Volpe infingarda come quella di Pinocchio, dunque ma un essere che a tal punto ama la Libertà da rinunciare ad una parte di sé pur di riottenerla; se proprio la si vuole accostare ad un altro esemplare trattato in questo blog, è forse simpatico metterla in relazione con la volpe che, qualche anno fa, è riuscita a colpire il cacciatore con lo stesso fucile che quello stava per usare a suo danno (rileggi a fox really smart). Nel film in questione,
interpretato da Miranda Otto, Tomas Arana, Angela Luce, Antonia Truppo, Nadja Uhl, Aldo Bufi Landi nonché, soprattutto, da un bravissimo e giovane Alberto Nolano, la storia della volpe è raccontata al bambino da un’attrice americana da lui amata. Non può sfuggire, tuttavia, che di volpi ce ne sono molte, ognuna in grado di sfuggire alla propria tagliola.

Un altro film che ho recuperato di recente è ‘Mirafiori – Luna Park’, di Stefano Di Polito, con Alessandro Haber, Antonio Catania, Giorgio Colangeli; pellicola tra le piú commoventi, è la storia vera di tre operai, ormai in pensione, che occupano la fabbrica di automobili dove avevano lavorati e, in un visionario incastro di passato e presente, la trasformano in un luogo di ritrovo per grandi e piccini di tutto il quartiere.

Interessante ‘Spiral‘, di Orazio Guarino, con un convincente Marco Cocci nei panni di un uomo ormai prigioniero dei propri demoni e bloccato in un vicolo cieco.

Dulcis in fundo, è il caso di dire, “‘a perzechella“; espressione tipica del dialetto napoletano che indica una bella ragazza ed è, al contempo, uno dei denominatori del frizzante ‘A Napoli non piove mai‘, di Sergio Assisi, con il detto, Valentina Corti, Ernesto Lama Eliana Miglio, Luigi Di Fiore (se per questo c’è pure una mela a fare da denominatore…). L’etimologia popolare la ricollega al frutto della pesca ma il film propone un’altra origine, da una parola greca che significa “albero di fuoco” (e qualche birichino potrebbe ipotizzare che l’‘Uccello di fuoco’ di Stravinskij possa trovare ristoro presso il detto albero…). Per il resto, sindrome di Stendhal, sogni, categorie tipiche del pensiero napoletano e, anche in questo caso, ricerca della Libertà.

I film citati sono stati oggetto di proiezione, insieme ad altri, al ‘Reggio Calabria Film Fest’, decima edizione.

One Response

  1. Il documentario piú toccante ha riguardato i detenuti, spesso in attesa di giudizio, del carcere di Padova. Hanno commesso degli errori ma le loro anime, che si sono avvicinate al cinema nell’ambito di un progetto preciso, non sembrano meritare lo stigma definitivo della società, la mancanza di una possibilità di riscatto, la privazione della Libertà. Il carcere, inteso tradizionalmente, è un’istituzione obsoleta.

    06/12/2015 at 15:44

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