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quel martire di Fantozzi…

Tra quanti, in queste ore, hanno rivolto un cenno di commiato a Paolo Villaggio, in pochi hanno riflettuto sulla figura del ragionier Ugo Fantozzi in modo esoterico. D’accordo l’italiano medio… il travet vessato dalla burocrazia e dagli schemi socio-antropologici… il parallelo fatto da Evtušenko con i personaggi di Gogol’, da noi ricordato in altra sede
Cos’altro ci ha insegnato il caro, vecchio Ugo?
Beh, se Fantozzi è un martire, lo è in gran parte a causa del potere e di chi lo gestisce, nel pubblico e nel privato. I vari Viceconte Mega Direttore Galattico che, anche travestendosi da vecchietta per molestare i fanciulli del vicino asilo svizzero, dimostrano con esemplare efficacia il cinismo del potere. Quelli che costringono i dipendenti a partecipare a gare ciclistiche di loro esclusivo interesse o a vedere film d’essai invece della partita (e “al terzo giorno la polizia s’inc.zzò veramente…”).
È martire, Fantozzi, anche quando tenta d’essere buono e onesto, anzi proprio per questo, probabilmente. Sono i prepotenti a chiamarlo puccettone e ad attribuirgli improbabili flatulenze prodotte in proprio, sono gli assenteisti a farlo lavorare al loro posto e a farlo crocifiggere in sala mensa, sono i disonesti a vendergli panini di plastica trattenendo il resto, sono i mafiosi a puntargli la pistola sui gioielli di famiglia in un processo per mafia. I magistrati a condannarlo. La mala sanità a sottrargli il membro.
Quanto alla religione… Se Filini gli trovava una casa ricavata da una vecchia chiesa, questa crollava al minimo rintocco di campana, con la signorina Silvani sulla tazza. Le angherie della vita, dei superiori e (anche involontarie) della moglie gli causavano visioni bibliche neotestamentarie. Ai funerali, s’incontrava e scontrava con la vedova inconsolabile e ninfomane. La bara, nel film in cui se n’era già immaginato il transito, veniva appiattita dal rullo di una macchina edile.
Adesso Fantozzi va in Paradiso, insieme a chi l’ha creato e interpretato, e c’è da chiedersi se il Suo aldilà sarà come quello disegnato da Leo Ortolani, con Calboni e Filini ad aspettarlo, oppure come quello immaginato da Paolo Villaggio stesso, con la fila indiana in mezzo alle nuvole.
Fatte salve alcune forme di feticismo (in smoking nella polenta…), il ragioniere va ricordato per le innovazioni linguistiche che ha regalato alla società e, soprattutto, per il fatto d’avere rappresentato, con il linguaggio dell’iperbole e del grottesco, il capro espiatorio di molte categorie realmente esistenti.

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