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cambieRai?

La possibilità di privatizzare la Rai, argomento riguardo al quale si è fatto un cenno in un precedente articolo, non è lontanamente all’orizzonte. Tale privatizzazione, peraltro, converrebbe davvero a pochi, giacché: 

  1. Toglierebbe ai telespettatori il margine di qualità che deriva dal servizio pubblico in quanto tale (a dispetto di quanti lo considerano insufficiente già adesso);

  2. Toglierebbe respiro alle emittenti commerciali, che a quel punto vivrebbero una concorrenza ancor piú agguerrita;

  3. Toglierebbe potere mediatico ai partiti.

Eppure una tiratina d’orecchi all’azienda di viale Mazzini, concessionaria di Stato per l’esercizio radiotelevisivo, sembra essere arrivata dalla relazione programmatica sull’attività di governo nel settore delle comunicazioni.

In tale documento, con riguardo al canone, il vice ministro dello Sviluppo economico, Antonio Catricalà ha affermato che

 “non esiste, al di là di qualche isolata interpretazione giuridica, la possibilità di un rinnovo automatico, non previsto neppure dall’attuale convenzione”.

Pur ribadendo la non esistenza di alcuna

  “intenzione di togliere la concessione alla Rai”,

il vice responsabile del dicastero ha ricordato che

“il pubblico deve avere la percezione che tutti i canali Rai sono canali di servizio pubblico e che tutta la programmazione risponde, con coerenza, alla logica di servizio pubblico”;

si vuol dare alla Rai soltanto

uno stimolo a essere piú efficiente e moderna al servizio del pubblico (…)è forse l’unica vera grande ragione per giustificare la lotta all’evasione, ma addirittura le motivazioni del suo pagamento, non può non prescindere da un recupero di credibilità della Rai e dalla sua missione di servizio pubblico”.

Prima della scadenza del 2016, pertanto, il Parlamento dovrà  prendere una decisione, 

“altrimenti sarà il caos, con la Corte dei Conti che potrebbe intervenire in caso di attribuzione di soldi pubblici (il canone) a un soggetto privo di titolo”.

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