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Torino Film Festival 2019

Prende il via questa sera la trentasettesima edizione del Torino Film Festival,

con la proiezione della dark comedy ‘Jojo Rabbit’ (USA, 2019), interpretata da Scarlett Johansson, Sam Rockwell ed il piccolo Roman Griffin Davies, diretta dal neozelandese Taika Waititi, già in concorso al TFF nel 2014 con il lungometraggio ‘What We Do in the Shadows’ (Vita da Vampiro’), per cui ha ricevuto il premio alla miglior sceneggiatura. Una satira surreale del nazismo, un romanzo di formazione sui generis in cui il protagonista, membro fiero e irreprensibile della Gioventù hitleriana, si trova a dover fare i conti con una madre degenere che nasconde in casa propria un’adolescente ebrea. Al suo fianco, nell’affrontare questa spinosa questione, un amico immaginario più unico che raro (per fortuna): il Fürher in persona. Presentato all’ultimo Toronto International Film Festival, dove ha ottenuto il premio del pubblico, ‘Jojo Rabbit’  sarà proiettato in contemporanea nelle sale Cabiria, Rondolino e Soldati del Cinema Massimo, a seguire della cerimonia di apertura, il cui inizio è previsto alle 19.30. La serata proseguirà con un cocktail party presso la Mole Antonelliana.L’accesso a entrambi gli eventi è su invito.

(…) GRAN PREMIO TORINO – Barbara Steele Nel 1997, nel suo libro A-Z of Horror, Clive Barker (lo scrittore, regista, fumettista, creatore dei Cenobiti e di Candyman, di Cabal e di Hellraiser) intitola la lettera M Mistress of the Night e la dedica a Barbara Steele che, scrive Barker, “fa quello che poche attrici sono capaci di fare: vi fa vedere sia la distruzione che il piacere nello stesso paio di occhi”. E aggiunge le opinioni di alcuni dei registi che hanno lavorato con lei, come Roger Corman, che la diresse in Il pozzo e il pendolo: “C’era profondità in lei. In superficie, vedevate una bella donna bruna. Ma al di sotto, se guardavate nei suoi occhi, potevate scorgere strati su strati. Qualcosa che potrei descrivere come una specie di mistero esotico”. O Riccardo Freda: “I suoi occhi sono metafisici, irreali, impossibili, come gli occhi di un quadro di De Chirico. Ci sono momenti, con certe condizioni di luce e di colore, che il suo viso assume un’apparenza che non pare del tutto umana”. Barbara Steele, dice Tim Burton, è probabilmente l’unica, vera diva horror. Senza tempo. Un’icona in bilico tra l’horror ancora classico degli anni ‘60 e il new horror posteriore. Barbara Steele aveva esordito in Inghilterra e, dopo una prima sfortunata tappa hollywoodiana, nel 1960 era arrivata in Italia, dove aveva incontrato subito l’autore e il genere che l’avrebbero trasformata in una star: Mario Bava, all’esordio nella regia con La maschera del demonio, caposaldo della nascente ventata gotica italiana. Alta, sinuosa, viso ovale marcato da punte aguzze, occhi enormi, fu la signora indiscussa dei film di Bava, Freda, Margheriti, Caiano e gli altri, una presenza forte e misteriosa, che riusciva a trasmettere sia i tormenti del Male che l’ambiguità del Bene. Più spesso “Regina delle tenebre”, vampira, strega, spettro, amante demoniaca, a volte interpretò anche fanciulle in pericolo. Oppure “false buone” o i doppi ruoli di reincarnazioni demoniache. In Italia divenne una figura familiare, interpretò alcune commedie ed ebbe due parti notevoli: la felina Gloria del serraglio di Guido in 8 1/2 di Fellini e la scatenata principessa bizantina in L’armata Brancaleone di Monicelli. E nei decenni successivi, a Hollywood, si rivolsero alla sua presenza evocativa i nuovi maestri, Joe Dante, Cronenberg, Jonathan Demme. Era e rimane una delle creature più misteriose dello schermo, ancora oggi la vera “Signora della Notte”. (Emanuela Martini) Il Gran Premio Torino sarà consegnato a Barbara Steele mercoledì 27 novembre alle ore 20.15 al Cinema Massimo 3 (sala Soldati), prima della proiezione del film diretto da Mario Bava, La maschera del demonio (Italia, 1960, DCP, 87’).

TFF – numeri & ospiti

Sono 149 lungometraggi, 11 mediometraggi e 31 cortometraggi i film presentati a Torino Film Festival 2019 di cui 44 lungometraggi opere prime e seconde 45 anteprime mondiali 28 anteprime internazionali 64 anteprime italiane selezionati tra più di 4000 film visionati (tra corti, medi e lungometraggi) Presenze finora confermate: Laura Accerboni, Altan, Julia Alves, Gianni Amelio, Marilena Anniballi, Fabienne Babe, Angelo Barbagallo, Marcelo Barbosa, Pietro Bartolo, Giuseppe Battiston, Hilal Baydarov, Pier Giorgio Bellocchio, Franco “Bifo” Berardi, Antonio Bertoni, Alessandro Bignami, Bruno Bigoni, Elia Billoni, Mattia Biondi, Giuseppe Boccassini, Giacomo Bolzani, Hinde Boujemaa, Flavia Bruscia, Robert Byington, Andrea Caccia, Massimo Cacciari, Carlo Cagnasso, Giovanni Calcagno, Saverio Cappiello, Mattia Carratello, Philip Cartelli, Lucio Castro, Martina Catalfamo, Teco Celio, Harry Cepka, Aichi Chen, Hoping Chen, Mariangela Ciccarello, Roberto Citran, Emanuele Coccia, Milena Cocozza, Giorgio Colangeli, Marc Collin, Cristina Comencini, Stefano Consiglio, Kelly Copper, Giulia Cosentino, Grégoire Couvert, Carolina Crescentini, Salvo Cuccia, Moisè Curia, Valentina De Amicis, Tonino De Bernardi, Davide Del Degan, Alberto Diana, Gianni Di Gregorio, Francesco Di Nuzzo, Benjamin Domenech, Francesco Dongiovanni, Gianpaolo Donzelli, Marta Donzelli, Tiziano Doria, Ginevra Elkann, Juliet Esey Joseph, Mirko Fabbri, Lorenzo Fantastichini, Sara Fattahi, Dario Fedele, Hassen Ferhani, Alejandro Fernández Almendras, Daniela Ferrari, Davide Ferrario, Camilla Filippi, Flatform, Stefano Fresi, Enrico Ganni, Amparo Garrido, Giuseppe Gaudino, Galder GazteluUrrutia, Riccardo Giacconi, Damiano Giacomelli, Demetrio Giacomelli, Marco Tullio Giordana, Grace Glowicki, Andrea Grasselli, Francesco Grieco, Roman Griffin Davis, Samira Guadagnuolo, Thomas Heise, Sang-gil Hwang, Luca Iacoella, Natalia Imery Almario, Hong-Sun Kim, Julius Krebs Damsbo, Elsa Kremser, Wilma Labate, Christian Labhart, Alessandra Lancellotti, Giulia Lapenna, Beppe Leonetti, Danielle Lessovitz, Stefano Levi della Torre, Simone Liberati, Lungwen Lim, Lungyin Lim, Pavol Liska, Francesca Lolli, Davide Maldi, Anna Malfatti, Chiara Malta, Manetti Bros., Simone Manetti, Narimane Mari, Catrinel Marlon, Diana Martirosyan, Enrico Masi, Eleonora Mastropietro, Gianluca Matarrese, Bruce McDonald, Callisto Mc Nulty, Pippo Mezzapesa, Stefano Migliore, Orso e Peter Miyakawa, Damien Modolo, Alejo Moguillansky, Enzo Monteleone, Francesco Motta, Carthew Neal, Erik Negro, Vincenzo Nemolato, Agostino Nestola, Betta Olmi, Grégoire Orio, Antonio Padovan, Gandolfo Pagano, Donatella Palermo, Gabriella Palermo, Gregorio Paonessa, Emmanuel Parraud, Fabrizio Paterniti Martello, Vladimir Perisic, Levin Peter, Carlo Petrini, Marco Pettenello, Emmanuel Piton, Corneliu Porumboiu, Stefano Ratchev, Lisa Reboulleau, Anna Recalde Miranda, Eran Riklis, Jorge Riquelme Serrano, Bruno Risas, Daniel Russo, Bruno Safadi, Isabella Sandri, Sabrina Sarabi, Carlo Michele Schirinzi, Albert Serra, Elisabetta Sgarbi, Anna Soldati, Filo Sottile, Zachary Spicer, Dante e Marcella Spinotti, Riccardo Spinotti, Monica Stambrini, Barbara Steele, Heidi Strobel, Teona Strugar Mitevska, Studenti scuola Gianmaria Volonté, Milad Tangshir, Gaël Teicher, Cosimo Terlizzi, Cosimo Torlo, Marie-Claude Treilhou, Jasmine Trinca, Giovanni Troilo, Azegiñe Urigoitia, Peter Van den Begin, Carlo Verdone, Lucio Villani, Misha Wahrmann, Brian Welsh, Annina Wettstein, Jessica Woodworth, Maurizio Zaccaro, Cecilia Zanuso, Monica Zappelli, Giovanna Zapperi, Vojtěch Zavadil.

37 TFF – film di apertura e chiusura

Film d’apertura Venerdì 22 novembre, Cinema Massimo, Torino JOJO RABBIT di Taika Waititi con Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Scarlett Johansson, Sam Rockwell Tratto dal romanzo Caging Skies di Christine Leunens, il nuovo film di Waititi è una satira sferzante e spiazzante del nazismo e dei suoi miti. Racconta la storia di un ragazzino di 10 anni che vive a Vienna con la mamma vedova durante gli ultimi anni del nazismo: Jojo Betzler è un bambino dolce e un po’ timido, con un grande amico paffutello e occhialuto, insieme al quale vuole diventare un perfetto giovane nazista. Perché Jojo ha un idolo, Adolf Hitler, che ha trasformato in un amico immaginario. Interpretato dallo stesso Waititi (nella parte dell’Hitler immaginario), dal giovanissimo Roman Griffin Davis, da Scarlett Johansson (la mamma di Jojo) e Sam Rockwell (l’ufficiale istruttore del campo per i giovani hitleriani), il film ha vinto il People’s Choice Award all’ultimo Festival di Toronto. Jojo Rabbit uscirà nelle sale cinematografiche italiane il 23 gennaio 2020 distribuito da 20th Century Fox Italia. Film di chiusura Sabato 30 novembre, Cinema Reposi, Torino KNIVES OUT di Rian Johnson con Daniel Craig, Chris Evans, Ana de Armas, Jamie Lee Curtis, Toni Collette, Don Johnson, Michael Shannon, Lakeith Stanfield, Katherine Langford, Jaeden Martell, Christopher Plummer Daniel Craig troneggia su una poltrona in un grande soggiorno. È il detective che indaga sull’apparente suicidio di un ricco scrittore di romanzi gialli, morto quando tutta la sua famiglia era lì riunita per il suo ottantacinquesimo compleanno: tutti paiono avere un movente per il delitto. Jamie Lee Curtis, Christopher Plummer, Toni Collette, Chris Evans e molti altri si dibattono tra menzogne e reticenze nella commedia gialla che Rian Johnson (Star Wars: Gli ultimi Jedi) ha costruito ispirandosi ai whodunit di Agatha Christie. Tra Assassinio sull’Orient Express e Gosford Park. Knives Out uscirà nella sale cinematografiche italiane il 5 dicembre 2019, distribuito da 01 Distribution.

TORINO 37

La più importante sezione competitiva del festival, riservata a opere prime, seconde o terze, propone 15 film, inediti in Italia. I paesi rappresentati sono (in ordine alfabetico): Argentina, Canada, Cile, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Islanda, Italia, Qatar, Repubblica Ceca, Russia, Singapore, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Taiwan, Tunisia. Incentrata sul cinema “giovane”, la selezione dei film in concorso si rivolge alla ricerca e alla scoperta di talenti innovativi, che esprimono le migliori tendenze del cinema indipendente. Nel corso degli anni sono stati premiati autori ai loro inizi come: Tsai Ming-liang, David Gordon Green, Chen Kaige, Lisandro Alonso, Pietro Marcello, Debra Granik, Alessandro Piva, Pablo Larraín, Damien Chazelle. Un cinema “del futuro”, rappresentativo di generi, linguaggi e tendenze. Nel 2018 Wildlife di Paul Dano (USA, 2018) ha vinto il premio come Miglior Film. Gli attori Rainer Bock, per il film Atlas di David Nawrath (Germania, 2018) e Jakob Cedergren, per il film Den Skyldige / The Guilty di Gustav Möller (Danimarca, 2018), hanno ricevuto ex-aequo il premio per la Miglior Interpretazione Maschile. L’attrice Grace Passô ha vinto il premio per la Miglior Interpretazione Femminile, per il film Temporada di André Novais Oliveira (Brasile, 2018); Atlas di David Nawrath (Germania, 2018) ha vinto il Premio Fondazione Sandretto Re Rebaudengo; Den Skyldige / The Guilty di Gustav Möller (Danimarca, 2018) ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura. Nel 2018 la giuria era presieduta da Jia Zhangke (Cina) ed era composta da Marta Donzelli (Italia), Miguel Gomes (Portogallo), Col Needham (UK), Andreas Prochaska (Austria).

ALGUNAS BESTIAS di Jorge Riquelme Serrano (Cile, 2019, DCP, 97’) Bloccate su una remota isoletta dopo la sparizione del loro aiutante e della sua barca, tre generazioni di una famiglia vedono tensioni latenti o sopite esplodere per l’isolamento, lo stress e la fame. Come in un Haneke appena più latino e passionale, quest’opera prima cilena è un’elegante e spietata dissezione del microcosmo familiare e delle sue perversioni, sul quale troneggia la figura di Alfredo Castro, il patriarca, in un ruolo ancora più scomodo, sgradevole e scioccante del solito.

LE CHOC DU FUTUR di Marc Collin (Francia, 2019, DCP, 84’) Parigi 1978, una ragazza cerca di farsi strada nel mondo musicale producendo electro music in totale autonomia; tra sintetizzatori e macchine avveniristiche Ana compone la musica del futuro, in lotta contro un mondo che sembra sordo di fronte al suono che verrà. Opera prima di Marc Collin (cofondatore dei Nouvelle Vague) con una meravigliosa Eva Jodorowsky; un film etereo con un’irresistibile atmosfera vintage che vi farà venire voglia di ballare.

DYLDA / BEANPOLE di Kantemir Balagov (Russia, 2019, DCP, 130’) Leningrado, 1945. Iya fa l’infermiera in un ospedale per reduci di guerra. È bionda, altissima, timida e di tanto in tanto si blocca a causa di un trauma da stress. Masha è stata al fronte ed è molto più spregiudicata dell’amica con cui va a vivere una volta tornata dalla prima linea. Un dramma siderale, con una regia perfetta che conferma – dopo l’esordio Tesnota, al TFF36 – il talento unico di Kantemir Balagov, classe 1991, allievo di Alexander Sokurov.

FIN DE SIGLO di Lucio Castro (Argentina, 2019, DCP, 84’) Ocho e Javi si incontrano a Barcellona. Si piacciono. E scoprono che già si erano incontrati e piaciuti, 20 anni prima. Un Breve incontro queer attraverso il tempo, per scoprire che la realtà e che l’attimo sono soltanto una questione di prospettiva. Un’opera prima argentina piena di pudore, dove gli interpreti Juan Barberini e Ramon Pujol si mettono in gioco con sensibilità. In colonna sonora anche l’indimenticabile Space Age Love Song di A Flock of Seagulls.

IL GRANDE PASSO di Antonio Padovan (Italia, 2019, DCP, 96’) Costruire in un fienile un missile per arrivare sulla Luna sembra una roba da matti. E nel piccolo bar del Polesine, Mario (Giuseppe Battiston) è considerato più che lo scemo, il velleitario del villaggio. Un Ufo antropologico. Un giorno compare il fratello mai conosciuto, Dario (Stefano Fresi): figli dello stesso padre e di madri diverse. Dopo insofferenze e bisticci, nasce la complicità. Secondo film del regista di Finché c’è prosecco c’è speranza: ogni riferimento alla poetica di Carlo Mazzacurati non è casuale.

EL HOYO / THE PLATFORM di Galder Gaztelu-Urrutia (Spagna, 2019, DCP, 90’) Un uomo si sveglia in una cella con una copia di Don Chisciotte della Mancia e un vecchio vicino di letto. Si trova in una prigione verticale fatta di piani con due prigionieri ciascuno attraverso cui una volta al giorno scende una piattaforma zeppa di cibo: più si è sopra e più ci si abbuffa, mentre più si scende più restano le briciole. Sopravvivere e fuggire non sarà facile. Fantascienza distopica che diventa action carpenteriano: un serrato B-movie politico.

HVÍTUR, HVÍTUR DAGUR / A WHITE, WHITE DAY di Hlynur Pálmason (Islanda/Danimarca/Svezia, 2019, DCP, 109’) Una macchina precipita da una scogliera. A bordo c’è la moglie di un poliziotto, che tempo dopo è ancora alla ricerca degli strumenti per elaborare il lutto. E che continua ossessivamente a ristrutturare la casa di famiglia. L’opera seconda di Pálmason parte da uno spunto drammatico – tra investigazione privata e crisi esistenziale – per costruire un personaggio vittima della propria rabbia, ragionando con profondità e crudele ironia sulle ragioni dell’ira, senza celare il lato patologico del dolore.

WHITE LIGHT di Paul Shoulberg (USA, 2019, DCP, 97’) Lex è una giovane donna con un dono particolare: sa entrare in empatia con le persone che muoiono. Questo è diventato anche il suo mestiere, gestito con il padre. La stessa sensibilità Lex non riesce a esprimerla con il resto del mondo, che la terrorizza. Quando una nuova cliente mette in discussione la sua routine le cose sono destinate a cambiare. Un bizzarro indie americano buffo e dolcemente dolente, con Roberta Colindrez (I Love Dick, The Deuce) e Judith Light (Transparent).

NOW IS EVERYTHING di Riccardo Spinotti e Valentina De Amicis (Italia/USA, 2019, DCP, 80’) Un giovane fotografo di moda. La morte del fratello minore. La scomparsa della fidanzata. Sono i tre vertici del plot dell’esordio di Valentina De Amicis e Riccardo Federico Spinotti (figlio di Dante, che produce e fotografa), film misterioso e quasi sperimentale che guarda a Lynch e a Malick tanto quanto a certe estetiche del videoclip d’autore. Nel cast anche Ray Nicholson (figlio di Jack), Anthony Hopkins, la Madeline Brewer di The Handmaid’s Tale e la bellissima e celebre modella Camille Rowe.

OHONG VILLAGE di Lungyin Lim (Taiwan/Repubblica Ceca, 2019, DCP, 91’) Sheng-Ji torna nella zona di Taiwan dove è cresciuto: non è riuscito ad affermarsi in città, ma finge che la sua avventura metropolitana abbia avuto successo. Il suo ritorno innesca i contrasti con il padre, un umile allevatore di ostriche, e alimenta l’ambizione di un amico che sogna un futuro lontano dal villaggio. Girato in uno splendido 16mm, questo debutto ragiona sull’avidità, sulle false aspettative, sul mito avvelenato del successo, sull’orgoglio del lavoro, sull’instabilità economica.

PINK WALL di Tom Cullen (UK, 2019, DCP, 85’) Jenna e Leon. Sei anni di vita insieme raccontati attraverso sei momenti della loro relazione, uno all’anno: da quando si videro, alla vita in comune, alle prime incomprensioni. Tom Cullen (Downton Abbey, Knightfall) debutta alla regia con un film intimo, giocato su una scrittura accurata e su due attori di notevole sensibilità. Un film sulle difficoltà della vita di coppia, costruito per frammenti, dove emozioni e sussulti tornano sempre allo stato di grazia di quel primo incontro.

PRÉLUDE di Sabrina Sarabi (Germania, 2019, DCP, 95’) Un giovane pianista, un prestigioso conservatorio, la sacralità delle prove e dello studio, la dedizione assoluta – quasi mistica – verso la musica, il rigore algido degli insegnanti. Il sogno di vincere una borsa di studio per la mitica Juilliard School si scontra con l’apparizione di una ragazza che scuote il fragile equilibrio di David. Erede della tradizione tedesca del racconto romantico, il ritratto di un’adolescenza fatta di turbamenti e tempeste, pulsioni e passioni. RAF di Harry Cepka (Canada/USA, 2019, DCP, 91’) Raf vive in un seminterrato a Vancouver, è strampalata e spiantata, si lascia trasportare quasi inerte dalla corrente della vita. Poi incontra Tal: che non è solo ricca, ma energica e determinata, e la vita sembra tenerla saldamente in pugno. Scritto e diretto dall’esordiente Harry Cepka, rielabora in modo eccentrico i canoni dell’indie weird, con un’originalità e un’energia innovative. La protagonista Grace Glowicki sembra contenere nel suo corpo d’attrice Greta Gerwig, Buster Keaton e Denis Lavant.

LE RÊVE DE NOURA di Hinde Boujemaa (Tunisia/Francia/Qatar, 2019, DCP, 90’) Noura ha tre figli, un marito in carcere e un amante del quale è follemente innamorata. Vorrebbe il divorzio ma quando il marito viene scarcerato anzitempo la donna è costretta a riprenderlo in casa per non essere perseguita come adultera dalla dura legge tunisina. Una potente opera seconda, il ritratto di una donna forte e passionale che la regista accompagna nel suo difficile percorso di emancipazione in una società profondamente repressiva.

WET SEASON di Anthony Chen (Singapore/Taiwan, 2019, DCP, 103’) Una giovane insegnante di cinese in un liceo di Singapore stringe un rapporto di amicizia con uno studente, l’unico interessato alla sua materia. La professoressa sente la mancanza di un figlio: invano, da otto anni, tenta di rimanere incinta e ormai tenerezza e complicità matrimoniali sono impallidite. L’opera seconda di Anthony Chen (Camera d’Or 2013 con Ilo Ilo) osserva con pudore i personaggi, ne accompagna le emozioni e lo sforzo di liberarsi dalla solitudine, nella stagione dei monsoni.

FESTA MOBILE Tra una commedia e un thriller, entrambi sui generis: la sezione Festa Mobile si apre con Jojo Rabbit, la rilettura sferzante e spiazzante del nazismo e dei suoi miti di Taika Waititi, e si chiude con Knives Out di Rian Johnson, dove il detective Daniel Craig tiene sotto scacco con la sua sorniona indagine i componenti di una ricca e litigiosa famiglia il cui patriarca è stato assassinato. E si snoda tra vicende personali o collettive, lo spirito e la storia di paesi ed epoche, le icone, i miti, i generi. Coppie in fuga. Un commesso e un’avvocatessa afroamericani, incappati al primo appuntamento in una sparatoria e costretti a fuggire attraverso gli States, in Queen & Slim, combattivo esordio di Melina Matsoukas, acclamata regista di video musicali. Una bellissima rapinatrice di banche (Margot Robbie) e un giovane agricoltore sognano il Messico e si nascondono nell’America della Depressione, in Dreamland di Miles Joris-Peyrafitte. E due ragazzi amici per la pelle si scrollano di dosso la noia suburbana dell’Inghilterra anni ‘90 scappando di casa per raggiungere un Rave, nel travolgente Beats di Brian Welsh. Coppie in nero in tre diversi thriller: Ben Kingsley è un veterano del Mossad in un’ultima missione, affascinato dalla femme fatale Monica Bellucci, nello spionistico Spider in the Web di Eran Riklis. Un’altra femme fatale insegna uno strambo linguaggio di fischi da utilizzare durante un’operazione criminale a un poliziotto rumeno nell’ironico noir La Gomera di Corneliu Porumboiu. Ian McKellen, maturo truffatore e abile seduttore di anziane, irretisce la ricca vedova Helen Mirren, senza accorgersi che la signora è tutt’altro che sprovveduta, nel thriller L’inganno perfetto (The Good Liar) di Bill Condon. Coppie sbagliate. Quella di una giovane supplente della provincia americana con il marito e quella che forma con lo studente di liceo che si porta a letto, con conseguenze disastrose, in Frances Ferguson, commedia provocatoria di Bob Byington. Come eravamo. La Spagna nell’estate del 1936, quando il rettore dell’Università di Salamanca, lo scrittore Miguel de Unamuno, appoggia pubblicamente il generalissimo Franco, per poi pentirsene, nel solido affresco di Alejandro Amenábar Mientras dure la guerra. L’Italia dei primi anni ‘70, dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 al terrorismo, attraverso gli occhi dei registi che hanno raccontato quegli anni, in Colpiti al cuore di Alessandro Bignami. La New York degli anni ‘70, nel racconto trascinante del proprietario di un cinema porno vicino a Times Square, in The Projectionist di Abel Ferrara, presente nel festival anche con Tommaso, dove il suo alter ego Willem Dafoe percorre le tappe della sua vita romana, tra lessico familiare, intoppi lavorativi, antiche paure. Due icone. Frida Kahlo, non solo pittrice, ma anche simbolo popolarissimo di una tormentata coscienza femminile che si risveglia, non si adatta, combatte, narrata da Asia Argento in Frida viva la vida di Giovanni Troilo. Ned Kelly, il fuorilegge che alla fine dell’800 con la sua banda razziava l’Australia e combatteva gli inglesi, divenuto una sorta di Jesse James locale, descritto con tocchi crudeli e allucinati dall’infanzia alle ultime imprese in True History of The Kelly Gang di Justin Kurzel. Storie italiane. Storie di famiglia, agrodolci come Magari di Ginevra Elkann, educazione ai sentimenti di tre ragazzini di genitori divorziati in uno strambo Natale degli anni ‘80 (con Riccardo Scamarcio e Alba Rorwacher); o storie di amicizia, surreali come Lontano lontano di Gianni Di Gregorio, che è uno dei tre pensionati romani decisi ad andare a stabilirsi in qualche posto esotico in cui la vita è meno cara (gli altri sono Giorgio Colangeli e, nella sua ultima apparizione, Ennio Fantastichini); o tenere, come Easy Living di Orso e Peter Miyakawa (prodotto con il sostegno della FCTP), viaggio improvvisato di quattro ragazzi oltre il confine di Ventimiglia per aiutare un coetaneo immigrato. Storie di incontenibili vocazioni, come Simple Women di Chiara Malta, dove la regista Jasmine Trinca si ispira a Simple Men di Hal Hartley, o che mettono alla prova la vocazione di registi e tecnici, come L’Ultimo piano, film realizzato dai neodiplomati della Scuola di cinema Gian Maria Volonté, diretta da Daniele Vicari. E storie che è necessario raccontare e non dimenticare, come quella di Nour, la ragazzina siriana che sbarca sola a Lampedusa, della quale si prende cura il dottor Piero Bartolo (Sergio Castellitto), nel nuovo film di Maurizio Zaccaro. Infine, una storia per immagini che ci riguarda tutti, quella tratteggiata in quarant’anni di passione e ironia da Francesco Tullio Altan, in Mi chiamo Altan e faccio vignette di Stefano Consiglio. Magie della scienza. Raccontare, con il cinema, che cosa sono i vaccini, come nacquero, a cosa servono, perché se ne discute: in Vaccini. 9 lezioni di scienza di Elisabetta Sgarbi, scienziati, filosofi e medici utilizzano bellissimi giocattoli d’epoca per parlare di un tema scottante. Studiare il cielo per vivere meglio sulla terra: lo fanno gli scienziati di tre osservatori astronomici in Cile, Sud Africa e Canarie, con la gente che vive e lavora intorno a loro, nell’affascinante Star Stuff di Milad Tangshir. Tre classici restaurati. Il ladro di bambini, il “viaggio in Italia” di Gianni Amelio, da Milano alla Sicilia insieme ai suoi tre giovani protagonisti, dove rabbia e poesia, dolore e serenità s’intrecciano per descrivere l’Italia dei primi anni ‘90 (restaurato da Minerva Pictures). La grande strada azzurra: nel centenario della nascita di Gillo Pontecorvo il suo esordio nel lungometraggio, uno scabro mélo realistico con Yves Montand e Alida Valli (restaurato dal Museo Nazionale del Cinema di Torino). Troppo tardi t’ho conosciuta, storia di un giovane tenore di origine contadina e della maliarda che lo affascinata, unico film diretto nel 1939 da Emanuele Caracciolo, poi partigiano e fucilato alle Fosse Ardeatine; restaurato dal Museo Nazionale del Cinema di Torino, il film fu ritrovato nel 2003 da Lorenzo Ventavoli, cui viene attribuito quest’anno il Premio Maria Adriana Prolo. Personale dedicata a Teona Strugar Mitevska L’autrice esiste, il suo nome è Teona. Una ragazzona con un’improbabile pelliccetta si butta nelle acque gelide di un fiume per recuperare a nuoto la croce gettata in acqua dal Pope durante una cerimonia religiosa. Chi recupera la croce avrà un intero anno fortunato. La ragazza riemerge stringendo il trofeo. Peccato che la rituale gara fosse destinata solo ai maschi del paese, che quasi tutta l’opinione pubblica locale insorga contro la vincitrice “eretica” e che la stessa (disoccupata, nonostante la sua intelligenza e una laurea in storia) rifiuti ostinatamente di restituire la croce. È sua e le porterà un anno di fortuna (e una lunga notte di minacce e insulti nonostante la protezione della polizia). La storia di God Exists, Her Name is Petrunija è stata una di quelle che hanno colpito l’ultima Berlinale, dove il film è stato presentato in concorso: per la sua energia, il tono provocatorio e insieme surreale con il quale affronta la questione femminile, gli ostacoli, le discriminazioni, le tradizioni contro le quali le donne sono destinate a scontrarsi ancora oggi, anche nel cuore dell’Europa. In Macedonia, dove vive e lavora la sua autrice, Teona Strugar Mitevska, una delle figure più promettenti e vitali del panorama autoriale contemporaneo, nata a Skopje, laureata in cinema alla Tisch School of Arts di New York, sceneggiatrice e produttrice dei suoi film, insieme alla sorella Labina e al fratello Vuk, con i quali ha fondato la compagnia di produzione Sisters and Brother Mitevski. God Exists, Her Name is Petrunija è il più recente dei suoi cinque lungometraggi, che il Torino Film Festival presenta (tutti in anteprima italiana) nella personale che dedica alla giovane autrice. Sono storie che prendono spunto dalla sua terra, dalle contraddizioni e dalle insofferenze dei giovani che la abitano, ma che in realtà riflettono bene il malessere, i sogni, le delusioni del mondo contemporaneo: dalla famiglia macedone annichilita di How I Killed a Saint, alle tre sorelle diverse e sognanti di I Am from Titov Veles, dalle due madri tormentate e minacciate di The Woman Who Brushed Off Her Tears agli adolescenti che buttano via le loro vite alla periferia di Skopje in When the Day Had No Name, i suoi personaggi, naturali, veri, quotidiani, riescono sempre a trasformarsi anche in simboli, della nostra insoddisfazione, delle nostre aspirazioni e della ricerca, spesso vana, di vie di fuga. Andare in città, partire per l’estero, tornare a casa, sfidare la morte o, come fa Petrunija, opporsi con un’improvvisa ispirazione creativa alla stupidità di una norma non scritta e ai pregiudizi del mondo. Lo stile di Teona Strugar Mitevska è scintillante e intenso, usa i colori come pennellate psicologiche, sa passare da dialoghi e situazioni da commedia corale alla secchezza di un cinema quasi verità, da momenti di straziante malinconia a squarci secchi e angoscianti di un’indifferente noia quotidiana. Coniuga uno sguardo lucido sulla povertà e il caos delle città e degli ambienti con tocchi di realismo magico. Non dimentica mai, sullo sfondo, le condizioni, le imposizioni, le assurdità delle convenzioni sociali, politiche e culturali. E, anche se spesso il cuore dei suoi racconti è quello femminile, sa scavare a fondo anche nelle psicologie e nelle insicurezze maschili, soprattutto ma non solo quelle degli adolescenti. Ci affascina, ci fa sorridere, ci fa pensare, con una coerenza e un’immediatezza da autentica narratrice. In viaggio con Mario Soldati Un “Soldati’s Day”, una giornata dedicata allo scrittore, regista, sceneggiatore, autore televisivo e viaggiatore, che si articolerà in una successione di proiezioni e interventi, dalle ore 13.00 di lunedì 25 fino alla sera, nella sala 3 del Cinema Massimo che, dallo scorso anno, si chiama appunto “Sala Soldati”. La giornata si sviluppa come racconto della sua fisionomia complessa e completa di autore: oltre a tre dei suoi film maggiori (Malombra, Fuga in Francia e La provinciale), verranno proiettati spezzoni ed episodi delle sue serie televisive, delle sue inchieste giornalistiche, delle sue interviste. Apre una puntata di Viaggio nella valle del Po alla ricerca di cibi genuini, la trasmissione a puntate del 1957 nella quale in pratica Soldati inventò la televisione culinaria, cui sono abbinati lo “spin-off” Pranzo di Natale, nel quale l’autore interroga amici non romani sui loro usi alimentari natalizi, e il montaggio realizzato da Rai Movie che rievoca la popolarità del Soldati televisivo. Poi, due puntate dell’irresistibile serie Chi legge? (ancora un viaggio, da sud a nord, chiedendo agli italiani, ancora talvolta analfabeti, le loro letture preferite) e il bellissimo documentario Un’ora con Mario Soldati, dove l’autore si racconta, tra ricordi, amici e luoghi del cuore. Le proiezioni sono intervallate dagli interventi di familiari, amici, studiosi, esponenti del mondo della cultura che porteranno la loro testimonianza sull’autore. La Giornata è organizzata in collaborazione con Rai Teche, Rai Movie, Cristaldi Film, Museo Nazionale del Cinema di Torino, Dams dell’Università di Torino, nella cui sede si terrà, il giorno dopo, un convegno di studi sull’autore e con Sapienza Università di Roma, dove si terrà un’ulteriore sessione del convegno, quasi a ristabilire il ‘legame autobiografico’ Torino-Roma descritto da Soldati in uno dei suoi romanzi più belli: ‘Le due città “. (Emanuela Martini)

BEATS di Brian Welsh (UK, 2019, DCP, 101’) La musica è il propellente, la benzina distillata per questo travolgente coming-of-age. Da uno spettacolo teatrale, ma non è cinema teatrale. Scozia 1994, due giovani amici per la pelle, quasi “fratelli”, sperano di riscattare le loro noiose esistenze grazie alla rave revolution. In un bel bianco e nero, un film sulle trasformazioni, accelerate e vorticose, del costume e delle abitudini musicali. Un film politico e non nostalgico. Contro il laburista Tony Blair e il partito conservatore. Colpiti e affondati dai battiti.

COLPITI AL CUORE di Alessandro Bignami (Italia, 2019, DCP, 50’) A cinquant’anni dalla strage di Piazza Fontana il racconto degli anni che ci hanno cambiati per sempre, visti con gli occhi di chi ha saputo e sa, oggi come allora, respirare e interpretare l’aria del tempo con una macchina da presa. Gianni Amelio, Marco Bellocchio, Renato De Maria, Marco Tullio Giordana e Wilma Labate e i loro film raccontano quella stagione. Mentre lo storico Giovanni De Luna ne fa emergere il dramma e le contraddizioni. Con una testimonianza di Giuseppe Genna.

DREAMLAND di Miles Joris-Peyrafitte (USA, 2019, DCP, 98’) C’è una taglia di 10.000 dollari sulla testa di Allison Wells, una bella fuorilegge che durante la Depressione rapina e, forse, uccide. Ma quando il giovane Eugene la trova ferita nel granaio della fattoria di famiglia, piuttosto che denunciarla, la cura e sogna di fuggire con lei. Prodotto e interpretato dalla splendida Margot Robbie, una storia d’amore e di fuga che rimanda al primo Malick e a Gangster Story di Penn, in un Texas impastato di polvere e miseria, dove i sogni muoiono in fretta.

FRANCES FERGUSON di Bob Byington (USA, 2019, DCP, 74’) Una giovane supplente, sposata infelicemente, si porta a letto, senza porsi troppe domande, uno studente del liceo in cui insegna. Ma nella cittadina del Nebraska dove abita è impossibile mantenere un segreto e presto la donna viene arrestata e costretta a una forzata rieducazione sociale. Un film ellittico e originale, che continuamente cambia strada e sorprende, intriso di un umorismo provocatorio e moralmente fluido, interpretato dalla sorprendente Kaley Wheless.

FRIDA VIVA LA VIDA di Giovanni Troilo (Italia, 2019, DCP, 90’) Docufilm di Giovanni Troilo dedicato a Frida Kahlo: un viaggio in sei capitoli nel cuore del Messico, tra interviste, ricostruzioni, opere d’arte e documenti d’epoca, per raccontare il legame passionale della pittrice con la sua terra natale, quello con il dolore fisico che la tormentava e che sublimava nella pittura, il suo impegno femminista e la profonda influenza culturale che ha avuto, che va ben oltre il mondo dell’arte. Colorato come Frida e narrato con immedesimazione da Asia Argento.

L’INGANNO PERFETTO di Bill Condon (The Good Liar, USA, 2019, DCP, 109’) Helen Mirren vs. Ian McKellen, in un film con molti rovesciamenti di campo, svolte narrative e sorprese. Roy è un abile e navigatissimo truffatore intenzionato a impadronirsi di tutto il denaro di Betty, una agiatissima vedova, forse meno sprovveduta di quello che sembra. Chi è il gatto e chi è il topo? Chi sa mentire meglio? I due straordinari interpreti, per la prima volta insieme su grande schermo, recitano in agile surplace nel thriller dal romanzo di Searle. Il duello attoriale finisce alla pari. Ma quello tra i due personaggi?

LA GRANDE STRADA AZZURRA di Gillo Pontecorvo (Italia, 1957, DCP, 105’) Nel centenario della nascita di Gillo Pontecorvo, il suo primo film, tratto dal romanzo breve Squarciò di Franco Solinas (anche sceneggiatore, con il regista ed Ennio De Concini). Nell’arcipelago dell’isola La Maddalena, un pescatore dai modi bruschi, solitario, severo e tenace, pratica illegalmente la pesca usando l’esplosivo ed è in rotta con il resto della comunità. Con Yves Montand, Alida Valli e un giovanissimo Mario Girotti, un dramma asciutto che riflette la lezione del neorealismo. Restaurato dal Museo nazionale del cinema di Torino con la collaborazione di Compass Film.

JOJO RABBIT di Taika Waititi (USA/Germania, 2019, DCP, 108’) Nel 1945, Jojo vive a Vienna con la mamma: ha 10 anni, è dolce e un po’ timido e vorrebbe diventare un perfetto giovane nazista. Il suo idolo infatti è Adolf Hitler, che ha trasformato in amico immaginario. Taika Waititi (al TFF 2014 con What We Do in the Shadows) dirige e interpreta (Hitler) una satira sferzante e spiazzante del nazismo e dei suoi miti, dove il dolore si fonde con la beffa. Accanto a lui, il giovanissimo Roman Griffin Davis, Scarlett Johansson e Sam Rockwell. Nell’aria, le canzoni dei Beatles. Per ridere e pensare.

KNIVES OUT di Rian Johnson (USA, 2019, DCP, 130’) Daniel Craig troneggia su una poltrona in un grande soggiorno. È il detective che indaga sull’apparente suicidio di un ricco scrittore di romanzi gialli, morto quando tutta la sua famiglia era lì riunita per il suo 85° compleanno: tutti paiono avere un movente per il delitto. Jamie Lee Curtis, Christopher Plummer, Toni Collette, Chris Evans e molti altri si dibattono tra menzogne e reticenze nella commedia gialla che Rian Johnson (Star Wars: Gli ultimi Jedi) ha costruito ispirandosi ai whodunit di Agatha Christie. Tra Assassinio sull’Orient Express e Gosford Park.

LA GOMERA / THE WHISTLERS di Corneliu Porumboiu (Romania/Francia/Germania/Svezia, 2019, DCP, 97’) Finito in un pasticcio più grande di lui, un poliziotto corrotto rumeno sbarca su una piccola isola delle Canarie (quella del titolo) al seguito di una femme fatale, per imparare uno strano linguaggio composto da fischi da utilizzare come codice durante un’operazione criminale. Il più sornione e ironico dei registi della Nouvelle Vague rumena intreccia commedia surreale, noir e mélo con abile disincanto, incorniciando il suo racconto con musiche che vanno da The Passenger alla Marcia di Radetzky.

IL LADRO DI BAMBINI di Gianni Amelio (Italia/Francia/Svizzera/Germania, 1992, DCP, 114’) Uno dei capolavori di Gianni Amelio. Il regista, insieme al carabiniere Antonio (Lo Verso) e ai piccoli Rosetta e Luciano, compie, in treno, il suo “viaggio in Italia”: da Milano alla Sicilia, nei primi anni Novanta. Un viaggio politico e sentimentale, attraverso un Paese, un contesto sociale e morale, un paesaggio, filtrato dai rapporti tra i tre protagonisti. Offesi, ma non umiliati. Sradicati ma ricchi di un’umanità antica e dignitosa. Restaurato da Minerva Pictures.

LONTANO LONTANO di Gianni Di Gregorio (Italia, 2019, DCP, 92’) Non è mai troppo tardi per dare una svolta alla propria vita. Attilio, Giorgetto e il “Professore”, tre pensionati romani stanchi del loro quotidiano arrabattarsi, sognano di scappare in qualche posto esotico. Cominciano a raccogliere il capitale necessario, ma non è facile lasciare le proprie abitudini. Di Gregorio continua il suo racconto di uomini dolcemente estranei al mondo. Con lui, Giorgio Colangeli ed Ennio Fantastichini nella sua ultima, vitalissima, prova d’attore.

MAGARI di Ginevra Elkann (Italia, 2019, DCP, 104’) Anni ’80: Alma, Jean e Sebastiano, che vivono a Parigi con la madre e il suo nuovo marito, devono passare una vacanza obbligata con il padre sceneggiatore, seduttore in crisi di ispirazione, e la sua assistente/compagna. Il viaggio rimetterà in discussione i loro rapporti, suscitando tensioni e svelando l’anima dei protagonisti. Esordio nella regia di Ginevra Elkann: un “lessico famigliare” dai risvolti autobiografici, buffo, dolce e struggente, con Riccardo Scamarcio e Alba Rohrwacher.

MI CHIAMO ALTAN E FACCIO VIGNETTE di Stefano Consiglio (Italia, 2019, DCP, 75’) Raccontare Altan significa raccontare quarant’anni di storia italiana: con la Pimpa, con le sue languide donne dai capelli blu, i suoi uomini con l’ombrello e, su tutti, l’inamovibile, disarmato e disarmante metalmeccanico comunista Cipputi, Altan ha tratteggiato i cambiamenti (o forse l’immobilità) del nostro Paese e ci ha aiutati a districarci con ironico distacco (o forse con filosofica rassegnazione) in un mondo assurdo. Insieme ai suoi disegni, ce lo raccontano colleghi e amici.

MIENTRAS DURE LA GUERRA di Alejandro Amenábar (Spagna/Argentina, 2019, DCP, 107’) Spagna, estate 1936. Il famoso scrittore Miguel de Unamuno, rettore dell’Università di Salamanca, sostiene pubblicamente il colpo di Stato anti repubblicano. Poi, all’inasprirsi della guerra civile e all’imprigionamento di alcuni colleghi, l’intellettuale è costretto a rimettere in discussione le sue posizioni. E chiede un confronto diretto con il generalissimo Francisco Franco. Amenábar guarda alla pagina più cupa della storia spagnola attraverso il ritratto di una personalità tanto controversa quanto affascinante.

NOUR di Maurizio Zaccaro (Italia, 2019, DCP, 93’) Lampedusa è il luogo d’approdo ma non di arrivo definitivo dei migranti in fuga dalla guerra, dalla violenza, dalla fame. Un film costruito nello spazio dell’isola, tra il pronto soccorso dove Pietro Bartolo (Castellitto) si prende cura dei rifugiati, la banchina dove toccano terra le carrette del mare, una radio artigianale, il centro di accoglienza. Qui arriva, sola e impaurita, Nour, una ragazzina siriana che ha perduto il padre, ucciso, e la madre, che non si è imbarcata. Commovente e dura, una delle tante storie “private” che non dobbiamo ignorare.

THE PROJECTIONIST di Abel Ferrara (USA/Grecia, 2019, DCP, 81’) Ferrara torna agli “old bad days” di New York, di Times Square, degli anni ‘70. Quando la città e le sale non erano ancora anestetizzate dai nuovi padroni dell’esercizio. Il suo Virgilio in questo viaggio nella memoria cinematografica e urbana è Nicolas Nicolaou, originario di Cipro, che da cinquant’anni, con ruoli diversi, dedica la sua vita alle pellicole e alle loro storie. Un elogio appassionato della “filmopatia” e di chi ha ancora voglia di sedersi in platea e guardare verso uno schermo. Quello grande.

QUEEN & SLIM di Melina Matsoukas (USA, 2019, DCP, 127’) Il primo appuntamento tra un commesso (Daniel Kaluuya, Get Out) e un’avvocatessa (Jodie Turner-Smith) non avrebbe seguito se, fermati di notte per una banale infrazione stradale, durante il controllo il poliziotto non venisse ucciso, per legittima difesa. Fuggono attraverso gli States, aiutati e nascosti dalla comunità afroamericana. Il video della sparatoria diventa virale e i due diventano, loro malgrado, un simbolo del malessere e della paura. “On the road” in un’America laterale, bella e terribile.

SIMPLE WOMEN di Chiara Malta (Italia/Romania, 2019, DCP, 85’) Federica (Jasmine Trinca) da adolescente era rimasta folgorata dalla visione di Simple Men di Hal Hartley, e dal personaggio interpretato da Elina Löwensohn, che soffriva, come lei, di crisi epilettiche. Anni dopo, diventata regista, la incontra e le propone di girare un film sulla sua vita, dall’infanzia nella Romania di Ceausescu al successo americano. Una lettera d’amore al cinema, che indaga sulla sostanza di cui sono fatti i miti e sulla fatica di crescere, comune a tutte le età.

SPIDER IN THE WEB di Eran Riklis (UK/Israele, 2019, DCP, 111’) Ben Kingsley è un veterano del Mossad, che si muove tra il Belgio e l’Olanda. I vertici dell’intelligence israeliana non si fidano più, e inviano a controllarlo un giovane agente, figlio di un suo vecchio collega. Di mezzo ci si mette anche Monica Bellucci in versione femme fatale. L’Eran Riklis della Sposa siriana e del Giardino di limoni firma un film di spionaggio dolente e romantico, ma niente affatto statico, che guarda chiaramente al modello di John Le Carré e del suo Smiley.

STAR STUFF di Milad Tangshir (Italia, 2019, DCP, 80’) Cile, Sud Africa, Isola Canarie. Tre diversi continenti, tre villaggi, tre comunità antichissime e tre osservatori astronomici. Un viaggio alla scoperta delle modalità con cui l’uomo può guardare il cosmo attraverso l’osservazione, la ricerca, la scienza − ma anche la passione e il sogno di ricollocarsi nell’universo. Prodotto da Davide Ferrario e Francesca Bocca, un documentario affascinante con un approccio cosmico e umano che ci ricorda quanto sia importante “guardar le stelle”.

TOMMASO di Abel Ferrara (Italia/UK/USA/Grecia, 2019, DCP, 115’) Dopo aver raccontato il quartiere Esquilino di Roma in Piazza Vittorio, Abel Ferrara vi ambienta un film autobiografico, nel quale il suo alter ego Willem Dafoe è un regista che deve confrontarsi con la gelosia verso la moglie, la paura che qualcosa possa accadere alla figlia piccola e quella di ricadere nella dipendenza da alcool e droghe. Tra ossessioni mistiche e complicazioni lavorative, un film che Ferrara definisce un “riflesso” della sua vita reale. Moglie e figlia di Dafoe sono le reali moglie e figlia del regista.

TRUE HISTORY OF THE KELLY GANG di Justin Kurzel (Australia, 2019, DCP, 124’) Ned Kelly è un mito della controcultura australiana, una specie di Jesse James che razziava il Paese e si scontrava con l’esercito inglese. La storia del giovane bandito (George McKay), della sua infanzia miserabile e intossicata da una madre possente e feroce, del suo apprendistato con un vecchio brigante (Russell Crowe), della sua banda leggendaria (nelle rapine indossavano abiti femminili), si snoda tra capanne e bordelli, soprusi e ricordi, sullo sfondo di un outback arido e allucinato.

L’ULTIMO PIANO della Scuola G.M. Volonté (Italia, 2019, DCP, 87’) Un appartamento da studenti fuori sede, nel quartiere romano di Tor Marancia: tre giovani e un ex bassista punk più maturo intrecciano le loro vite. Lungometraggio d’esordio di nove registi, cui collaborano sceneggiatori, montatori, direttori della fotografia, tutti neo diplomati della Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté che, con la guida del direttore della scuola Daniele Vicari, si cimentano in un esperimento innovativo.

VACCINI. 9 LEZIONI DI SCIENZA di Elisabetta Sgarbi (Italia, 2019, DCP, 60’) Lineare, chiaro, illuminante, un percorso storico ed esplicativo sui vaccini: come nacquero, cosa sono, perché se ne discute. Aiutandosi nella loro narrazione con dei bellissimi giocattoli d’epoca, scienziati come Chiara Azzari, Roberto Burioni e Alberto Mantovani, medici come Pietro Bartolo, Andrea Biondi e Gianpaolo Donzelli, filosofi come Massimo Cacciari, Emanuele Coccia, Anna Maria Lorusso raccontano la loro verità sui vaccini e tentano di interpretare le molte leggende che li circondano.

PERSONALE DEDICATA A TEONA STRUGAR MITEVSKA GOD EXISTS, HER NAME IS PETRUNIJA (Macedonia/Belgio/Slovenia/Coazia/Francia, 2019, DCP, 100’) Petrunija assiste, come tutti, alla cerimonia in cui il pope getta una croce di legno nel fiume e i maschi si tuffano per recuperarla garantendosi un anno di fortuna e prosperità. Quando decide di lanciarsi nelle gelide acque riemergendo con la croce tra le mani, non sa ancora che sta iniziando una lotta per sovvertire le convenzioni della società patriarcale in cui vive. Una protagonista travolgente per una commedia al femminile straordinariamente contemporanea che riflette sulla forza e la possibilità del gesto simbolico.

HOW I KILLED A SAINT (Francia/Macedonia/Slovenia, 2004, 35mm, 82’) Macedonia, 2001. Viola torna nella città natale di Skopje dopo gli anni di college negli Stati Uniti. Ritrova il fratello Kokan, una testa calda inferocita più per la presenza della Nato che per i guerriglieri albanesi. Lo stato d’allerta e di minaccia li porterà a rimettere in gioco le loro identità e il loro rapporto. Teona Strugar Mitevska esordisce nel lungometraggio con un dramma intimistico sullo sfondo di una società al collasso.

I AM FROM TITOV VELES (Macedonia/Belgio/Francia/Slovenia, 2007, 35mm, 102’) In un triste paese macedone tre sorelle sognano la fuga: la maggiore, Slavica, combatte l’eroina col metadone e vuole sposarsi; Sapho passa di uomo in uomo alla ricerca di un visto; la silenziosa Afrodita vorrebbe rimanere incinta. Un dramma aereo e delicatamente ambizioso, in cui le suggestioni della nouvelle vague si mescolano a un realismo socialista del tutto privo di “ostalgia”, e a un surrealismo onirico che sembra ispirarsi a Jan Švankmajer.

THE WOMAN WHO BRUSHED OFF HER TEARS (Macedonia/Germania/Slovenia/Belgio, 2012, DCP, 103’) Due donne – due madri – vivono in due condizioni opposte. Helena (Victoria Abril) abita a Parigi e cerca di ritrovare uno scopo nella vita dopo la tragica scomparsa del figlio; Aysun (Labina Mitevska) è costretta a subire i dettami della società patriarcale che regolano il quotidiano della Macedonia rurale. L’incontro tra i due mondi non è senza conseguenze. Un racconto al femminile che mette in opposizione due realtà inconciliabili, infondendole con tocchi di realismo magico.

WHEN THE DAY HAD NO NAME (Macedonia/Belgio, 2017, DCP, 93’) Alla vigilia di Pasqua del 2012, quattro ragazzi sono assassinati nei pressi di un lago vicino a Skopje. Il film ricostruisce con uno stile scabro le ore che precedono il fatto, indagando con occhio impassibile i discorsi, spesso vuoti, le tensioni, le derive dei quattro ragazzi e dei loro amici. Sotto la superficie scorrono violente tutte le tensioni di un Paese e di una generazione. Al quarto lungometraggio, la regista dice: “Girare un film è un esercizio matematico che ha come risultato una verità profonda”.

TORINOFILMLAB ABOU LEILA di Amin Sidi-Boumedine (Algeria/Francia, 2019, DCP, 135’) Algeria, anni ’90. Due amici di infanzia – uno di loro è un poliziotto – inseguono un pericoloso terrorista nascosto nell’immensità del deserto sahariano. In realtà stanno cercando di tenersi lontani dalle tensioni della capitale, ogni giorno sconvolta da stragi e attentati. Ma, per quanto tentino di fuggire l’orrore, la violenza ineluttabile li raggiungerà anche lì. Un’allegoria politica sull’impossibilità di levigare i traumi e di scampare al proprio destino.

ALELÍ di Leticia Jorge (Uruguay/Argentina, 2019, DCP, 88’) Alelí è una grande casa sulle spiagge dell’Uruguay, il cui nome deriva dalle iniziali dei membri della famiglia che la possiede. Ma il padre è appena morto e la casa, strapiena di ricordi d’infanzia, sta per essere venduta; tra i tre fratelli esplodono risentimenti a lungo sopiti. Opera seconda scritta e diretta da Leticia Jorge, costantemente sospesa tra la commedia nera più sardonica e assurda e il dramma familiare dagli inaspettati risvolti sentimentali.

A FEBRE di Maya Da-Rin (Brasile/Francia/Germania, 2019, DCP, 98’) Justino è una guardia portuale a Manaus. Conduce una vita tranquilla. A poco a poco, però, una imprecisata febbre lo assale. Mentre nei pressi della sua abitazione, in periferia, nella foresta, si aggira una misteriosa creatura. In concorso a Locarno (dove il protagonista Regis Myrupu ha vinto il premio per il miglior attore e la regista il premio Fipresci), un film sospeso e ipnotico, impalpabile e oscuro, con la suspense di un thriller.

HRA di Alejandro Fernández Almendras (Repubblica Ceca/Cile/Francia/Corea del Sud, 2019, DCP, 93’) Quando Petr decide di realizzare un sogno e adattare per un piccolo teatro ceco la tragedia Ippolito di Euripide, il suo mondo artistico e privato crolla: perde i due protagonisti, i fondi vengono tagliati, la moglie e l’amante lo abbandonano. È un flop. Riuscirà almeno a raccogliere i cocci? Filmato in 4:3 e in bianco e nero, un dramma sulla vita, sull’arte e sulla passione, e sull’inestricabile e sempre imponderabile legame che le lega.

LITIGANTE di Franco Lolli (Spagna/Colombia, 2019, DCP, 93’) Silvia è un avvocato che lavora per una compagnia pubblica. Ha un figlio, che ha deciso di crescere da sola, una sorella minore con cui discute incessantemente e una madre malata terminale di cancro. Litigante racconta un universo familiare in disequilibrio, sospeso tra discussioni e capricci, rivendicazioni e momenti di tenerezza: è la storia di un disagio e del suo possibile superamento, di legami difficili da sopportare e impossibili da rimuovere.

MADE IN BANGLADESH di Rubaiyat Hossain (Francia/Bangladesh/Danimarca, 2019, DCP, 95’) Dhaka, Bangladesh. Shimu ha 23 anni e lavora in una fabbrica di abbigliamento in condizioni oltre il limite. Quando decide di organizzare una protesta insieme alle compagne di lavoro, nulla la fa demordere, nemmeno le minacce della direzione e la disapprovazione del marito. Un’opera prima tutta al femminile che è un’esortazione alla lotta per tutte le donne sfruttate del mondo.

PORT AUTHORITY di Danielle Lessovitz (USA/Francia, 2019, DCP, 94’) Il giovane Paul giunge a New York squattrinato e senza tante speranze. Quando incontra casualmente la quasi coetanea Wye, scatta il colpo di fulmine: ma l’identità transgender della donna lo condurrà di fronte a molte scelte. Prodotto da Martin Scorsese, in concorso a Un certain regard a Cannes e ambientato nella sottocultura del ballo Kiki, un dramma coming of age che si interroga sulle identità sessuali e razziali con energia travolgente.

FILM COMMISSION TORINO PIEMONTE

EASY LIVING di Orso e Peter Miyakawa (Italia, 2019, DCP, 93’) Ventimiglia. Una ragazza che contrabbanda medicinali e sigarette, suo fratello adolescente, un maestro di tennis americano. L’improbabile trio si unisce intorno a Elvis, immigrato senza documenti, e tra una cena e una bottiglia di vino decide di aiutarlo a varcare il confine con la Francia per raggiungere la moglie incinta. Una commedia piccola e sincera che con leggerezza sfiora argomenti quanto mai attuali con un tocco di speranza e molta umanità.

PREMIO MARIA ADRIANA PROLO 2019 TROPPO TARDI T’HO CONOSCIUTA di Emanuele Caracciolo (Italia, 1939, DCP, 78’) In un paese di montagna, il figlio del padrone di un mulino ha eccezionali doti di tenore, ma viene irretito da un’avventuriera maliarda. Il padre escogita un trucco. Girata negli studi torinesi Fert nel 1939, l’unica opera di Caracciolo, che divenne poi partigiano e fu fucilato alle Fosse Ardeatine. Con la supervisione di Carmine Gallone, il regista, nelle scenografie e nel coreografico finale, s’ispira a modelli americani. Nel 2003 una copia fu ritrovata da Lorenzo Ventavoli e il film restaurato dal Museo Nazionale del Cinema.

SOLDATI’S DAY PRIMO PROGRAMMA Cibo come identità, come cultura: nel 1957, va in onda sulla Rai Viaggio nella valle del Po alla ricerca di cibi genuini, 12 puntate attraverso campagne, fiere, ristoranti, caseifici, distillerie, fabbriche. Soldati viaggia e chiacchiera, si fa antropologo e gastronomo, e diventa un personaggio televisivo. Un precursore. Il rarissimo Pranzo di Natale ne è una sorta di spin-off, con lo scrittore-regista che irrompe nelle case degli italiani chiedendo dei loro usi alimentari natalizi. Infine, l’Omaggio a Soldati realizzato da Rai Movie.

SECONDO PROGRAMMA Chi legge?, serie tv ideata insieme a Zavattini, è un irresistibile viaggio in un’Italia avviata nel boom ma ancora analfabeta, tra emigranti e contadini, con Soldati che li interroga sulle loro letture, più showman che mai. In Un’ora con Mario Soldati, invece, ripercorre la propria carriera, tra Roma, Torino, Tellaro. Affabulatore nato, parla di boschi abbattuti, ricordi e amici di famiglia, del binomio luce/ombra e, con l’aiuto di un vescovo brasiliano e di un amico prete dei portuali di La Spezia, del potere.

MALOMBRA di Mario Soldati (Italia, 1942, 35mm, 135’) Ispirato all’omonimo romanzo di Antonio Fogazzaro – da cui Soldati l’anno precedente aveva tratto Piccolo mondo antico – Malombra racconta il tragico destino di Marina (Isa Miranda) con atmosfere che rimandano alla tradizione gotica: un mélo popolare intriso di gusto orrorifico, quasi una ghost story girata sulle rive del lago di Como. Ultimo film girato da Soldati durante il Ventennio, Malombra è un’incursione nel fantastico del tutto atipica per il cinema italiano dell’epoca.

FUGA IN FRANCIA di Mario Soldati (Italia, 1948, 35mm, 104’) Un gerarca fascista, condannato a morte, cerca di passare clandestinamente il confine alpino. Frainteso all’epoca, anche per l’etichetta di “calligrafico” troppo spesso assegnata con assurda prevenzione a Soldati, Fuga in Francia è uno dei «capolavori che gridano vendetta al cielo per la dimenticanza a cui è stato costretto» (Mereghetti). Pietro Germi, che riprenderà il tema della fuga attraverso le montagne in Il cammino della speranza, recita nella parte di un operaio antifascista.

LA PROVINCIALE di Mario Soldati (Italia, 1953, 35mm, 97’) Gemma, affascinante figlia di un’affittacamere, si innamora dell’erede di un conte che frequenta fin da bambina. Quando scopre che quella relazione è impossibile, la ragazza accetta di sposare un professore dal quale non è attratta. Primo adattamento cinematografico di un romanzo di Moravia, di cui Soldati stravolge la struttura con una costruzione a flashback, e sceneggiato con Giorgio Bassani: un mélo modernista che rappresenta una delle vette del suo cinema.

CINQUE GRANDI EMOZIONI Accolgo con vero piacere l’invito di Emanuela Martini ad essere Guest Director per qualche giorno al Festival di Torino e ho scelto di presentare cinque film estremamente diversi fra loro, che resteranno per sempre nella mia memoria di spettatore. Cinque film che mi hanno rapito ed emozionato non solo per le perfette regie, ma soprattutto per le notevoli interpretazioni dei loro protagonisti. Ho visto ognuno di questi film più di tre volte, scoprendo sempre dettagli che mi erano sfuggiti. Potrebbe sembrare strano che tra queste scelte ci sia solo una commedia brillante, ma in prima battuta cerco sempre di scegliere film di contenuti ‘forti’, che mi propongano suggestioni intime, amare, poetiche o malinconiche. Un film che mi lasci o una carezza o un pugno allo stomaco o una riflessione. In un film cerco insomma la poesia. Vidi Ordet di Carl Theodor Dreyer in un cineclub negli anni ‘70. Ero con tre amici cinefili e ricordo che ne discutemmo tanto dopo la proiezione. La grandezza di questo film è nell’estremo rigore delle immagini in bianco e nero. Un bianco e nero assai contrastato che rispecchia l’austerità della vicenda e la superba direzione di tutti gli attori. Di impronta prettamente teatrale, lo considero un capolavoro assoluto perché pone quesiti oscuri sulla lettura della figura di Cristo e sulle diverse posizioni della religione protestante. Un film che non potrà mai essere dimenticato per le domande che continueremo a porci dopo la visione. Buon Compleanno Mr. Grape è una mia piccola ‘creatura’. Quando dirigevo la programmazione del cinema Roma, una sala di 200 posti a Trastevere, cercavo di dare una fisionomia di qualità al cinema. Frugando nella cantina della Cecchi Gori Group trovai questo film il cui titolo originario era What’s Eating Gilbert Grape. Lo vidi, me ne innamorai per l’immensa poesia, mi inventai questo titolo. Film di grande atmosfera, ci mostrava un Leonardo DiCaprio giovanissimo alle prime armi. Mi sembrò un attore strepitoso, insieme all’ottimo Johnny Depp. Il film ebbe un gran successo e fui orgoglioso di averlo tolto dal dimenticatoio trovandogli un titolo originale per l’Italia. Divorzio all’Italiana resterà il mio film preferito di Pietro Germi. Ho sempre avuto un gran rispetto per questo regista, spesso torturato ingiustamente da una critica altezzosa e troppo politicizzata. Tutto è perfetto in questa pellicola: dal più bel bianco e nero della storia del cinema italiano, alla sceneggiatura (vincitrice dell’Oscar nel 1963), agli interpreti. Mastroianni è in una forma magnifica e ancora oggi, personalmente, lo considero il più grande e completo attore italiano. Oltre il Giardino di Hal Ashby. Poesia pura e interpretazione piena di vera anima da parte di Peter Sellers. Uno dei miei attori preferiti. Viale del Tramonto di Billy Wilder. Tra le migliori opere di Wilder, racconta l’altra faccia di Hollywood. La perdita del successo, gli anni che rendono la tua maschera non più interessante ma patetica, la solitudine dell’artista dimenticato. Fino ad arrivare alla follia finale. Un mondo spietato raccontato con immensa classe. Gloria Swanson è magnifica e l’interpretazione di Erich von Stroheim indimenticabile. Quando vidi questo film restai turbato e incantato. C’è un’atmosfera di morte e solitudine che solo un genio come Billy Wilder poteva allestire. Ecco, queste sono le mie Cinque Emozioni. Immagini che non scompariranno mai dai miei ricordi di spettatore, ignaro che un giorno avrei anche io detto ‘azione!’. Anche se non ho raggiunto e non raggiungerò queste vette, sono felice di aver imparato tanto da questi cinque capolavori che tanta autorevolezza hanno dato al cinema. (Carlo Verdone) Carlo Verdone è uno dei pochi autori italiani che hanno accompagnato il passar del tempo della mia generazione: caratteri, aspirazioni, desideri che cambiano, e spesso ti ritrovi che non ti riconosci. Per questo sono molto affezionata ai suoi film, perché raccontano anche me e i miei amici, da ieri a oggi, per lo più prendendosi (e prendendoci) in giro, in commedia (che è una gran bella cosa). Con gran parte della mia generazione condivide anche la passione cinefila onnivora, il piacere che davanti a un film nasce da stimoli diversi, visivi, sentimentali, razionali o istintivi. La sua selezione per il Torino Film Festival dimostra questa apertura a 360 gradi, questa disponibilità all’emozione che emana dallo schermo. Immagino che avrebbe potuto sceglierne altri cento diversi e che le rinunce siano state faticose; ma apprezzo molto le cinque ‘perle’ che ci propone. (Emanuela Martini)

SUNSET BOULEVARD di Billy Wilder (Viale del tramonto, USA, 1950, DCP, 110’) Il cadavere di un uomo galleggia nella piscina di una villa. È quello dello sceneggiatore Joe Gillis (William Holden), che in voice over “racconta” la sua relazione con la diva del muto Norma Desmond (Gloria Swanson), chiusa in casa con il maggiordomo Max Von Mayerling (Erich von Stroheim) nel culto di sé e del passato. Capolavoro nero, sarcastico, claustrofobico e quasi horror di Wilder e della storia del cinema. «Io sono ancora grande, è il cinema che è diventato piccolo».

ORDET di Carl Theodor Dreyer (Ordet – La parola, Danimarca, 1955, DCP, 126’) I Borgen, padre anziano e tre figli, sono tutti impegnati in un complesso rapporto dialettico con la religione e con la fede, che li porta a essere in contrasto. La moglie di uno dei tre fratelli è l’elemento che porta pace e armonia, ma la tragedia è dietro l’angolo, così come il miracolo. Penultimo film di Dreyer, che tratta con rigore e austerità i temi del rapporto col divino e della follia. Uno dei grandi film della storia del cinema: intenso, magnetico, commovente. Leone d’oro a Venezia nel 1955.

DIVORZIO ALL’ITALIANA di Pietro Germi (Italia, 1961, DCP, 105’) Il barone Ferdinando Cefalù (Marcello Mastroianni) è sposato con Rosalia (Daniela Rocca) ma brama ardentemente la sedicenne cugina Angela (Stefania Sandrelli). In un Paese dove non è ammesso il divorzio, il delitto d’onore sembra essere una valida alternativa per liberarsi dal giogo coniugale, ma il destino beffardo è in agguato. Pietro Germi si dà alla commedia all’italiana girando una pietra miliare del genere, ottenendo ben tre candidature all’Oscar e vincendo la statuetta per la miglior sceneggiatura originale.

BEING THERE di Hal Ashby (Oltre il giardino, Germania/USA, 1979, DCP, 130’) Chance, un umile giardiniere, resta senza casa alla morte del suo datore di lavoro. Fortuitamente accolto nella casa di un influente personaggio di Washington, diventa, per una serie di casualità, un uomo riverito nelle stanze del potere. Oltre il giardino è una commedia morale che racconta l’irresistibile ascesa di un semplice divenuto, suo malgrado, simbolo di saggezza; è «un’amara, aguzza, divertente parabola satirica sulla società americana nell’epoca della TV» (Morandini).

WHAT’S EATING GILBERT GRAPE di Lasse Hallström (Buon compleanno Mr. Grape, USA, 1993, DCP, 118’) In una minuscola città dell’Iowa Gilbert (Depp) si occupa con dedizione del fratello minore portatore di handicap, Amie (DiCaprio), che ha la pericolosa abitudine di arrampicarsi su una cisterna d’acqua. La madre dei due ragazzi è spiaggiata sul divano, depressa. Hallström dirige con mano sicura una commedia drammatica sulla fratellanza e sulla cura, venata di malinconia. DiCaprio conquista la prima candidatura all’Oscar come migliore attore non protagonista. Dal romanzo di Peter Hedges (sceneggiatore di About a Boy, regista di Schegge di April e Ben is Back).

AFTER HOURS Brividi, risate, surrealismo, utopie e distopie, ma anche la voglia di raccontare squarci di umanità tormentata attraverso la griglia di un genere: After Hours 2019 propone diciassette film che spaziano tra linguaggi, stili, sensazioni ed emozioni. Quattro commedie. Si ride spesso, a partire da The Barefoot Emperor, sequel di King of the Belgians, dove i due autori, Jessica Woodworth e Peter Brosens, ritrovano il loro stralunato re ricoverato in un sanatorio su un’isola croata, mentre l’Europa sta andando in pezzi, sommersa dalla follia sovranista. Il re è scalzo, ma deve fare qualcosa, e l’arma dell’ironia pare la più efficace. Commedia anche Greener Grass di Jocelyn DeBoer e Dawn Luebbe, che tratteggiano la paradossale follia suburbana di un gruppo di benestanti casalinghe quasi disperate con toni e colori che ricordano l’assurdo di John Waters. Mentre The Last Porno Show di Kire Paputts e Tito di Grace Glowicki si muovono su registri all’apparenza più realistici per raccontare, rispettivamente, il viaggio nel suo passato di un attore che riceve in eredità dal padre un cinema porno (con abitanti della annessa palazzina) e la strampalata amicizia tra un giovane paranoico che si è isolato dal mondo dopo aver subito violenza e un vicino logorroico. Lavora sui toni della commedia stranita anche uno dei tre film italiani della sezione: Paradise, una nuova vita, dove Davide Del Degan costruisce intorno alle fisionomie spaesate di Vincenzo Nemolato e Giovanni Calcagno l’imprevisto incontro tra due siciliani testimoni di mafia sotto protezione che, per un equivoco, si trovano a risiedere nello stesso paesino sepolto tra le montagne del nord. Drammatico, invece, teso come un noir, Un confine incerto di Isabella Sandri, inquietante ricostruzione di un’indagine sulla pedopornografia on line, durante la quale una poliziotta s’imbatte nel caso del rapimento di una bambina e nei tormentosi interrogativi che questo suscita. Un’altra regista italiana si confronta con il genere, in questo caso l’horror: Milena Cocozza, con Letto n.6 (prodotto dai Manetti Bros.), film di fantasmi e di antiche maledizioni sepolti tra le corsie di un ospedale pediatrico gestito da religiosi nei quali fa il turno di notte la giovane dottoressa interpretata da Carolina Crescentini. L’horror è declinato attraverso mitologie e stili diversi. In Blood Quantum Jeff Barnaby (il regista di Rhymes for Young Ghouls, nato in una riserva Mi’kmaq del Québec) aggiorna l’Apocalisse zombie rileggendola dall’ottica del suo popolo: solo i pellerossa sono esenti dal contagio e i non morti affamati di carne umana e i visi pallidi in cerca di salvezza premono sui loro confini. Altri zombie, nerissimi, da Olocausto, in Die Kinder der Toten di Kelly Copper e Pavol Liska, pazzesca cavalcata tra nazisti ed ebrei, zombizzati, dove la tragedia viene fissata in tutta la sua assurdità da un gelido, straniante umorismo. Case infestate, invece, e spettri malevoli e dispettosi si congiungono a traumi brutali per terrorizzare i due ragazzi e la giovane fidanzata del loro padre in The Lodge di Severin Fiala e Veronika Franz, che tessono un autentico incubo attraverso le ombre, gli scricchiolii, le prospettive distorte della casa isolata immersa nella neve. Altri fantasmi nel coreano Metamorphosis di Hong-Sun Kim (il regista di Traffickers e The Chase) che, con un occhio a L’esorcista, mette in scena una famiglia che scopre che nella sua nuova casa abita uno spirito maligno, che s’impossessa a turno di loro, per sconfiggere il quale chiede aiuto a uno zio prete. Infine, un coinvolgente documentario che dall’horror nasce, Scream Queen! My Nghtmare on Elm Street di Roman Chimienti e Tyler Jensen: la storia Mark Patton, il giovane protagonista, nel 1985, di Nightmare 2 – La rivincita, che si allontanò dal cinema a causa dell’ostilità sollevata dal sotterraneo omoerotismo percepito nel film. Blood Quantum e The Lodge verranno presentati sabato 23 novembre nella Notte Horror, insieme a uno dei cult della retrospettiva dedicata all’horror classico: Il mostro della Laguna Nera di Jack Arnold, dove il Gill-Man (un uomo pesce sopravvissuto in una laguna amazzonica rimasta intatta dalla preistoria) s’invaghisce della dottoressa che partecipa a una spedizione di paleontologi e semina il terrore per conquistarla. La Creatura e la storia che hanno ispirato La forma dell’acqua di Guillermo Del Toro. Intorno alla science fiction: distopico, avvolgente, un 1984 in chiave turca, Bina/The Antenna di Orcun Behram, un giorno e una notte in compagnia del portiere tuttofare del condominio nel quale è appena stata installata l’antenna che permetterà a tutti di vedere i messaggi del governo, e nel quale cominciano a scorrere strani liquami e a manifestarsi strane morti. Misterioso e tormentato Starfish di A. T. White, dove una ragazza tenta di contrapporsi da sola alla catastrofica invasione di alieni che in una notte ha sconvolto il suo mondo. Adrenalinico e ironico Guns Akimbo di Jason Lei Howden, dove il programmatore Daniel Radcliffe si sveglia una mattina con due pistole trapiantate nelle mani, costretto a battersi in diretta on line contro la pericolosa campionessa del gioco mortale più popolare in città. Infine, due campioni di eccentricità, impastati di suggestioni diverse, follie e sense of humor: Dreamland, il nuovo film di Bruce Mcdonald, dove s’intrecciano le avventure di un vampiro, un assassino, un trombettista jazz, un racket di prostitute in un’atmosfera onirica che spazia ugualmente tra il neonoir e il cartoon. E l’irresistibile Por el dinero di Alejo Moguilansky, realizzato da El Pampero Cine (artefice di La flor), sulle avventure di una minuscola compagnia teatrale argentina sempre a corto di soldi, dove ancora una volta si mescolano generi, stili, arte, vita, in un affresco anarchico e frenetico. (Emanuela Martini)

THE BAREFOOT EMPEROR di Jessica Woodworth e Peter Brosens (Belgio/Olanda/Croazia/Bulgaria, 2019, Dcp, 99’) Ferito a Sarajevo mentre tentava il rientro in patria, Nicolas III Re del Belgio si sveglia in un sanatorio su un’isola croata, un tempo residenza estiva di Tito, gestito da uno strano medico con tendenze sovraniste. Fuori, l’Unione Europea va crollando e c’è chi sogna l’Impero. Sequel di King of the Belgians, in cui i registi raccontano con la consueta vena surreale e satirica l’aria politica che spira sul Vecchio Continente. Al cast del primo film si aggiunge il sempre sulfureo Udo Kier.

BINA / THE ANTENNA di Orcun Behram (Turchia, 2019, DCP, 115’) In un condominio residenziale di una Turchia solo vagamente distopica viene installata un’antenna per ricevere i messaggi televisivi del governo. L’antennista muore, strani liquami neri iniziano a colare, e il vessato portiere factotum del palazzo va incontro a una notte da incubo. Horror turco che mette insieme suggestioni lovecraftiane, kafkiane e cronenberghiane per raccontare, con gli strumenti del genere e l’uso della metafora, la condizione socio-politica dell’era di Erdogan.

BLOOD QUANTUM di Jeff Barnaby (Canada, 2019, DCP, 96’) I salmoni appena pescati ricominciano a guizzare; un cane soppresso dal padrone torna ad abbaiare. E le persone morte si alzano e camminano. Aggressive. Zombie. Gli unici immuni sono i Mi’kmaq, abitanti di una riserva indiana canadese, immersi nei loro problemi quotidiani. Finché i “bianchi” in fuga non cominciano a premere sui loro confini e i non morti arrivano a frotte. Jeff Barnaby (nato in una riserva Mi’kmaq del Quebec) rilegge l’Apocalisse zombie dall’ottica del suo popolo e dà nuova linfa al tema.

UN CONFINE INCERTO di Isabella Sandri (Italia/Germania, 2019, DCP, 118’) Una poliziotta rumena trapiantata in Alto Adige lavora sulla diffusione online di materiale pedopornografico e indaga sul rapimento di una bambina. Grazie alla conoscenza del ladino, che ormai parlano in pochi, l’agente tenta di salvarla dal traffico di minori che infesta l’Europa. Isabella Sandri affronta con spirito combattivo e sguardo antropologico e umanissimo un tema complesso nel quale i traumi e le simpatie, l’orrore e l’ingenuità si mescolano inestricabilmente. Tra poliziesco e denuncia sociale, con Valeria Golino.

DREAMLAND di Bruce McDonald (USA/Canada/Lussemburgo/Belgio, 2019, DCP, 94’) Un minaccioso boss (Henry Rollins), un killer bizzarro e disilluso (Stephen McHattie), un trombettista jazz (sempre McHattie), un racket di giovani prostitute: dopo The Tracey Fragments (2007), Pontypool (2008) e This Movie Is Broken (2010), Bruce McDonald torna al TFF per la quarta volta con un neo-noir postmoderno dove l’ironia va a braccetto con la violenza. Con Juliette Lewis (Strange Days) e Tómas Lemarquis (Blade Runner 2049).

GREENER GRASS di Jocelyn DeBoer e Dawn Luebbe (USA, 2019, DCP, 95’) In una suburbia plastificata e idilliaca, due amiche-per-sempre nascondono l’invidia reciproca sotto coltri d’ipocrisia al saccarosio e passivo-aggressività. Tanto che, mentre un maestro di yoga assassino si muove tra viali e villette, l’una accetta di regalare il proprio figlio neonato all’altra. Come se John Waters, il Tim Burton di Edward Mani di Forbice, il Lynch di Velluto blu e Wes Anderson si fossero messi assieme per girare il remake drogato di Casalinghe disperate.

GUNS AKIMBO di Jason Lei Howden (Germania/Nuova Zelanda, 2019, DCP, 95’) C’è un gioco pericoloso in città, illegale e seguitissimo: si chiama Skizm, e ci si gioca la pelle in diretta on line. Miles (Daniel Radcliffe) lo segue come tutti gli altri, ma una sera, sbronzo, fa commenti pesanti sull’inventore del gioco. E il giorno dopo si ritrova con due pistole trapiantate nelle mani, sbalzato nell’arena e costretto a sfidarne il campione assoluto, la cattivissima Nix. Daniel Radcliffe, nerd travolto dall’azione, in una rincorsa adrenalinica, ironica e ipercinetica.

DIE KINDER DER TOTEN di Kelly Copper e Pavol Liska (Austria, 2019, DCP, 90’) L’Olocausto in versione non-morta e ambientato nel Tirolo, con nazisti ed ebrei zombi. I due registi, fondatori del Nature Theater of Oklahoma, adattano il romanzo-fiume omonimo di Elfriede Jelinek (Premio Nobel per la letteratura nel 2004) senza averlo mai letto: il risultato è un horror muto in 16mm con cartelli, dove l’umorismo nerissimo serve a “congelare” e irrobustire la tragedia. Premio Fipresci al Forum di Berlino. Produce Ulrich Seidl.

THE LAST PORNO SHOW di Kire Paputts (Canada, 2019, DCP, 90’) Wayne è un attore in cerca di fortuna. Quando muore il padre che non vede da anni, eredita il cinema porno di cui era proprietario nonché la palazzina variamente abitata che lo ospitava. Deciso a liberarsi della proprietà, Wayne si trova però inaspettatamente di fronte a un luogo che lo rimette in connessione con il suo passato spingendolo a riconsiderare anche le sue aspirazioni. Una sorprendente commedia con note nere e malinconiche; un film umano come il suo protagonista.

LETTO N.6 di Milena Cocozza (Italia, 2019, DCP, 117’) Una giovane dottoressa, segretamente incinta, inizia un nuovo lavoro in una clinica pediatrica religiosa. Ben presto scoprirà, nelle lunghe e insonni notti di guardia, che qualcosa (o qualcuno) di inquietante si aggira per le corsie dell’ospedale. Tra segreti sepolti e bambini misteriosi, una storia di fantasmi in piena regola, che sfrutta le regole del genere per rinnovarle con gusto cinefilo e non privo di ironia. Opera prima di Milena Cocozza, scritta e prodotta dai Manetti Bros. e interpretata da Carolina Crescentini.

THE LODGE di Severin Fiala e Veronika Franz (UK, 2019, DCP, 100’) Due ragazzini, fratello e sorella, che hanno perso la madre tragicamente, il loro padre e Grace, la sua fidanzata, reduce da un passato ancora più traumatico. Insieme per trascorrere il Natale in una bella casa isolata, tra la neve. Ma il padre deve tornare in città per qualche giorno. E qualcuno gira per casa di notte. Immerso nell’ostilità dei ragazzi verso Grace e nelle sue insicurezze, un thriller in bilico sull’horror, girato in un bianco e nero da brivido, dove ogni angolo, ogni oggetto, ogni scricchiolio della casa grida: “Pericolo!”.

METAMORPHOSIS di Hong-Sun Kim (Corea del Sud, 2019, DCP, 113’) Trasferitisi dopo un incidente tragico, i coniugi Gang-goo e Myung-joo, con due figlie e un figlio, scoprono a loro spese che la nuova casa è terreno di uno spirito maligno. Ma chi è che possiede a turno i membri della famiglia? Il vicino di casa ben poco raccomandabile? Riuscirà lo zio prete a salvarli? Dal regista di Traffickers e The Chase, un horror che guarda tanto alla serie di Amityville quanto a L’esorcista. Per i fan del genere più puro.

PARADISE, UNA NUOVA VITA di Davide Del Degan (Italia, 2019, DCP, 83’) Testimone scomodo sotto protezione, un siciliano finisce a vendere granite tra le nevi delle montagne del nord. Ma per uno scherzo del destino anche il killer da lui visto in azione giunge negli stessi luoghi: e niente sarà più come prima. L’esordiente nel lungometraggio Del Degan alleggerisce i toni di una vicenda drammatica, e cerca il tragicomico tra equivoci, spazi isolati e irresistibili lezioni di Schuhplatter. Le facce attonite di Vincenzo Nemolato e Giovanni Calcagno in una commedia surreale e imprevedibile.

POR EL DINERO di Alejo Moguillansky (Argentina, 2019, DCP, 79’) Una regista teatrale argentino e la sua minuscola compagnia s’imbarcano in una tournée per l’America Latina. Ma presto devono fare i conti con la realtà: i soldi per andare avanti non ci sono. Nuovo film targato El Pampero Cine, a cui si deve La Flor: qui Mariano Llinas si scambia i ruoli col montatore di quel capolavoro, Alejo Moguillansky. Un esperimento anarchico, scombinato, frenetico, auto-ironico e intelligentissimo, che riflette sull’eterna lotta tra l’arte e il denaro, e sulla sovrapposizione tra arte e vita.

SCREAM QUEEN! MY NIGHTMARE ON ELM STREET di Roman Chimienti e Tyler Jensen (USA, 2019, DCP, 99’) Nel 1985 esce sugli schermi Nightmare 2 – La rivincita, il primo sequel dell’esordio di Freddy Krueger sul grande schermo con Nightmare – Dal profondo della notte. Il protagonista è il giovane di belle speranze Mark Patton. Il successo al botteghino è ottimo, ma i fan e i media percepiscono il forte omoerotismo strisciante. Per Patton è l’inizio di un calvario che l’ha portato all’esilio. Questo documentario, ricco e sincero, è la sua storia.

STARFISH di A.T. White (USA, 2018, DCP, 99’) Aubrey è tornata nella cittadina dove è cresciuta per assistere al funerale della sua migliore amica. Dopo la funzione qualcosa la porta a passare la notte nell’appartamento della ragazza: al suo risveglio il mondo è invaso dagli alieni ed è sull’orlo della catastrofe. Starfish è un’indie fantascientifico-esistenziale dal sapore apocalittico; una metafora sul lutto come fine del mondo; un’opera prima intima e compiuta, dove i mostruosi invasori non distolgono l’attenzione dal dolore profondo dei personaggi.

TITO di Grace Glowicki (Canada, 2019, DCP, 70’) Dopo aver subito violenza in passato, il giovane Tito vive come un animale braccato, nel terrore e nella paranoia. Vede una minaccia in tutto e in tutti. Poi alla sua porta bussa uno strano vicino di casa, logorroico e amichevole, e tra i due nasce una strana amicizia. Grace Glowicki scrive, dirige e interpreta una commedia dai toni metal, strampalati e sperimentali, raccontando in maniera unica e provocatoria le questioni attualissime che toccano il genere e gli abusi sessuali.

TFFdoc

“Io provavo ora per la prima volta la gioia dell’esploratore. L’isola era disabitata; i miei compagni di bordo li avevo lasciati indietro, e nulla viveva davanti a me tranne mute bestie e uccelli”. Robert Luis Stevenson, L’isola del tesoro. TFFdoc è una carta geografica, una mappa come quelle che usavano i pirati per ritrovare la rotta che li avrebbe portati all’isola dove avevano nascosto il tesoro. Ma TFFdoc è anche quell’isola dove il tesoro è stato accuratamente occultato. È un’isola dal difficile approdo; bellissima, sgargiante e infuocata, ma scura e misteriosa e irta. “Io non ricordo d’aver mai visto il mare calmo intorno all’isola del tesoro. Il sole poteva dardeggiare dall’alto, l’aria stare senza un soffio, l’acque dell’ancoraggio posare lisce e azzurre; ma sempre ancora lungo la costa esterna quei cavalloni si rovesciavano tuonando e tuonando giorno e notte; né io credo vi fosse un punto dell’isola dove quel dannato clamore non arrivasse”. (Robert Luis Stevenson, L’isola del tesoro) TFFdoc è una sfida. È la sfida di chi cerca ogni anno di disegnare una mappa che tenga conto delle mutazioni geografiche, politiche e poetiche del mare che cerca di solcare. Ed è una sfida per gli spettatori che accettano di attraversare quel mare con noi. È la sfida di navigare nelle acque del desiderio lasciandosi guidare da curatrici d’arte (Daniela Ferrari), cantastorie (Filo Sottile), storiche dell’arte (Giovanna Zapperi), poetesse (Laura Accerboni), traduttori e editor (Enrico Ganni) che accompagneranno i titoli del focus TFFdoc/desiderio. È la sfida di fermare il tempo del mondo e lasciarsi trasportare nel tempo del cinema che è insieme contemplazione della bellezza grazie ai film Últimas Ondas, L’Ultimu sognu e Time and Tide, atto ecopoeticologico, come ci insegna la poesia di Michel Deguy, e analisi politica, quella di Franco “Bifo” Berardi. (TFFdoc/l’unica cosa che ho è la bellezza del mondo). È la sfida di trasformare il documentario in noir, in mélo, in fantasy seguendo il corso del Ticino (Tutto l’oro che c’è di Andrea Caccia) e di usare un drone per arrestare l’ineluttabile (Flatform). Ed è la sfida di scoprire i 16 titoli dei due concorsi internazionale.doc e italiana.doc. Giovani registi e registe descrivono e interpretano il (loro) mondo, le sue urgenze, il suo spaesamento, le sue speranze e ci chiedono di partecipare al loro viaggio cinematografico. Alla ricerca dell’isola del tesoro. Nel 2018 sono stati premiati per il concorso internazionale Homo Botanicus di Guillermo Quintero (Miglior film) e Unas Preguntas di Kristina Konrad (Premio speciale della giuria); per il concorso italiano In questo mondo di Anna Kauber (Miglior film) e Il Primo moto dell’immobile di Sebastiano D’Ayala Valva (Premio speciale della giuria). (Davide Oberto)

INTERNAZIONALE.DOC

143 RUE DU DESERT di Hassen Ferhani (Algeria/Francia/Qatar, 2019, DCP, 100’) Nel suo punto di ristoro Malika accoglie e rifocilla camionisti, viaggiatori e vagabondi che attraversano il Sahara. Gli scambi e le conversazioni fanno sì che quel cubetto di cemento si affolli di storie, racconti, segreti e riflessioni politiche e si spalanchi al mondo. Il regista di Fi rassi rond-point, miglior documentario internazionale a TFF 2015, torna a Torino con un road movie da camera.

DOPAMINA di Natalia Imery Almario (Colombia/Uruguay/Argentina, 2019, DCP, 86’) Colombia. Natalia, la regista, e la sua famiglia, soprattutto Ricardo, il padre al quale dodici anni fa hanno diagnosticato il morbo di Parkinson. Ex militante di estrema sinistra, ha scelto la famiglia dopo la tragica morte del cognato. Un confronto tra figlia, madre e padre che si divide tra il passato politico dei genitori e il presente, l’omosessualità di Natalia non accettata immediatamente dalla famiglia.

KHAMSIN di Grégoire Couvert e Grégoire Orio (Francia, 2019, DCP, 65’) Libano. Ai confini con la Siria rimbombano ancora gli echi del conflitto e si incontrano con le memorie ancora vive delle guerre civili libanesi e degli attacchi israeliani. La corruzione politica è ormai tratto preponderante di questa piccola democrazia e mentre i corpi cominciano a sollevarsi, un gruppo di musicisti venuti da orizzonti differenti imbracciano i loro strumenti e li fanno risuonare dappertutto.

KONGO di Hadrien La Vapeur e Corto Vaclav (Francia, 2019, DCP, 70’) A Brazzaville, il mondo visibile e il mondo invisibile si incrociano continuamente. L’apostolo Médard cerca di armonizzare i due mondi e di aiutare le vittime della malasorte. Quando viene accusato di praticare la magia nera e obbligato a subire un processo, Médard è costretto a ritrovare il senso della sua fede e delle sue pratiche in un’Africa perennemente spossessata.

EL SILENCIO QUE QUEDA di Amparo Garrido (Spagna, 2019, DCP, 71’) Amparo Garrido è una artista visiva. Un giorno riceve la notizia improvvisa della morte di un suo amico. In eredità le ha lasciato un articolo di giornale che parla di José Carlos Sires, un ornitologo cieco dall’età di sei anni, in grado di identificare duecento specie di uccelli. Incuriosita, intraprende un viaggio in un mondo fatto di suoni e percezioni e nel quale è importante predisporsi all’ascolto.

SPACE DOGS di Elsa Kremser e Levin Peter (Austria/Germania, 2019, DCP, 91’) La cagnolina randagia Laika fu il primo essere vivente a viaggiare nello spazio e divenne il simbolo della conquista sovietica dello spazio. Laika non sopravvisse a quel viaggio, ma la leggenda vuole che il suo fantasma sia tornato sulla terra e continui ad accompagnare i cani vagabondi per le strade di Mosca.

SWARM SEASON di Sarah Christman (USA, 2019, DCP, 86’) Alle Hawaii, in mezzo a una natura esuberante, una bambina e sua madre raccolgono sciami di api selvatiche per creare delle colonie resistenti alle malattie. Il padre protesta contro la costruzione di un telescopio e scienziati della NASA simulano la vita su Marte. Stelle e alveari, acqua, luce e vulcani. Mentre le api svolazzano sull’orlo dell’estinzione, la regista ci regala un sogno sulla fine e la sopravvivenza, ad occhi aperti.

WHEN THE PERSIMMONS GREW di Hilal Baydarov (Azerbaigian/Austria, 2019, DCP, 118’) Una madre aspetta il ritorno del figlio seduta nella sua casa immersa nella campagna. Fuori scorre il tempo delle stagioni e quando il figlio arriva e i cachi sono maturi il mondo con le sue questioni rientrano nella sua vita. Un film che ritrova e ridà vita alla grande tradizione cinematografica della regione caucasica, di Henrik Malyan e Sergej Paradžanov.

ITALIANA.DOC

L’APPRENDISTATO di Davide Maldi (Italia, 2019, DCP, 84’) Dopo Frastuono (TFF 2014) Davide Maldi realizza il secondo capitolo di una trilogia sull’adolescenza. Palcoscenico del rito di passaggio è un prestigioso collegio alberghiero dove ai ragazzi vengono insegnate regole ferree e disciplina. Quanto Luca, il giovane protagonista timido e dall’animo selvaggio, dovrà sacrificare della propria libertà per imparare a lavorare al servizio dei clienti?

LE CHAIR ET LE GRANIT di Anna Recalde Miranda (Italia/Francia, 2019, DCP, 70’) Un uomo accarezza una pietra enorme, la deve scolpire. Shelomo Selinger è uno scultore, sopravvissuto alla Shoah. La sua vita è stata profondamente legata alla Storia della seconda metà del Novecento che però, per un periodo, lui ha dimenticato. Anche Rami, suo figlio, è scultore, ma di corpi. È chirurgo plastico: «Mio padre lavora sulla memoria con il granito. Io lavoro sull’oblio, con la carne».

FANGO ROSSO di Alberto Diana (Italia, 2019, DCP, 56’) Damiano e Mattia trascorrono i loro pomeriggi all’ombra delle rovine minerarie. Hanno poco più di trent’anni. Si arrampicano su muri pericolanti, si nascondono negli anfratti bui, accendono le loro torce alla ricerca di non si sa quale tesoro. Liberi, come due avventurieri in una terra dormiente. All’ora del crepuscolo si siedono e accendono una sigaretta, mentre la notte scende sui fumaioli che svettano sulla riva del mare.

FUORITUTTO di Gianluca Matarrese (Italia/Francia, 2019, DCP, 86’) In una cittadina della provincia di Torino, i genitori e la sorella del regista si svegliano ogni mattina senza sapere cosa inventarsi per pagare i debiti della cooperativa di calzature Togo che avevano fondato nei primi anni ottanta e che oggi è fallita. È la storia di un’Italia in crisi, ed è soprattutto una storia personale, l’occasione per dirsi cose mai dette, per stare accanto e sostenere, ma anche prendere le distanze dai propri cari.

I GIORNI E LE OPERE di Francesco Dongiovanni (Italia, 2019, DCP, 72’) In un paesaggio dal fascino magnetico, i giorni e le opere del titolo sono quelli di un contadino che vive tra la Puglia e la Basilicata, dedicati alla terra e agli animali. Curvo sugli attrezzi, lavora senza sosta, le mani massicce, le rughe disegnate dal sole e gli occhi brillanti di chi vive costantemente all’aperto. Come si filma la solitudine?

LUCUS A LUCENDO – A PROPOSITO DI CARLO LEVI di Alessandra Lancellotti e Enrico Masi (Italia, 2019, DCP, 83’) Con l’espressione “Lucus a non lucendo”, bosco della non luce, Carlo Levi descriveva il paesaggio verde e oscuro conosciuto durante il suo confino ad Aliano, piccolo paese poco distante da Matera. A distanza di due generazioni Stefano Levi Della Torre intraprende un viaggio in quegli stessi luoghi per disegnarne una nuova mappa.

LA NOSTALGIA DELLA CONDIZIONE SCONOSCIUTA di Andrea Grasselli (Italia, 2019, DCP, 73’) Nato come un documentario biografico sul cantautore Ettore Giuradei e sulla sua musica, il film cambia direzione nel momento in cui l’artista entra in crisi. In un gioco di rappresentazioni di stati emotivi, gravitando fra un punto fermo solido – il corpo di Ettore – e un elemento sorprendente e misterioso – la sua mente – entra in campo l’esplorazione del confine fra ruolo sociale e ruolo drammaturgico.

L’UOMO RACCOGLITORE di Demetrio Giacomelli (Italia, 2019, DCP, 74’) Un uomo cammina per sentieri alla ricerca delle erbe necessarie per preparare il prebuggiún, ingrediente fondamentale nella cucina tradizionale del Levante ligure. Quei sentieri aprono finestre temporali e emotive, incontrano solitudini e improvvise aperture, seguono la psicogeografia di una Liguria antica, misteriosa e mai prevedibile. Demetrio Giacomelli, dopo il premio come Miglior Documentario Italiano per Diorama (TFF35), torna a Torino disegnando nuove traiettorie cinematografiche.

DESIDERIO DELPHINE ET CAROLE, INSOUMUSES di Callisto Mc Nulty (Francia, 2019, DCP, 68’) Delphine Seyrig e Carole Roussopoulos si incontrano nel 1974 a Parigi. Carole compra la seconda videocamera arrivata in Francia nel 1969 (la prima se l’è accaparrata Godard), è impegnata politicamente documentando le lotte politiche del nascente Front Homosexuel d’Action Revolutionnaire o del Black Panther Party. Delphine è l’icona di Baci rubati, di Pelle d’Asino e di Jeanne Dielman. Insieme, videocamera in mano, ingaggeranno battaglie radicali con insolenza, gioia, intransigenza e infinita ironia.

HEIMAT IS A SPACE IN TIME di Thomas Heise (Germania/Austria, 2019, DCP, 218’) La storia di una famiglia attraversa il Novecento e si spinge all’inizio del XXI secolo. Una storia fatta di parole e silenzi, di primi amori e felicità perdute, di padri e madri, di figli e fratelli, di ferite e gioie, in un paesaggio, quello della Germania, sempre in transizione, da Est a Ovest, attraversato da desideri di mondi possibili mai realizzati.

HOLY DAYS di Narimane Mari (Algeria/Francia, 2019, DCP, 40’) Michel, Saadi, Bilio, l’asino Yoda, delle scimmie, Julia. La natura gioca con la morte e il cinema si fa gesto d’amore capace di arrestarla. Dalla regista di Les Haricots rouges (TFF 2013) e di Le Fort des fous (TFF 2017).

INDIANARA di Aude Chevalier-Beaumel e Marcelo Barbosa (Brasile, 2019, DCP, 84’) Indianara definisce se stessa una puttana parlamentare, atea, anarchica e vegana. Nata come Sergio Siqueira, decide molto presto di diventare donna e inventa il suo nome in omaggio alle origini indigene di sua madre e a Nara, un’amica transgender che la sostiene. Rivoluzianaria inclassificabile, fondatrice di Casa Nem, un centro di accoglienza per transgender a Rio de Janeiro, consigliera comunale insieme Marielle Franco, Indianara continua la sua lotta contro pregiudizi e machismo.

LIBERTÉ di Albert Serra (Francia/Portogallo/Spagna, 2019, DCP, 132’) 1774, a ridosso della Rivoluzione Francese, un gruppo di nobili libertini francesi in fuga dall’oscurantista Luigi XVI si ritrova in una radura tra Potsdam e Berlino. Con l’aiuto e la protezione del Duca di Walchen (Helmut Berger) cercano uno spazio dove il libertinismo illuminista non sia costretto a seguire nessun’altra regola se non quella del piacere. Premio Speciale della Giuria di Un Certain Regard al Festival di Cannes.

LONELY RIVERS di Mauro Herce (Francia/Spagna, 2019, DCP, 29’) Alcuni uomini di età differenti si ritrovano in una stanza. Non sappiamo chi siano, né dove siano, né perché siano lì. Cantano. “Oh, my love, my darling / I’ve hungered for your touch / A long, lonely time / And time goes by so slowly / And time can do so much…” Mauro Herce aveva presentato in concorso a TFFdoc nel 2015 Dead Slow Ahead.

SONO INNAMORATO DI PIPPA BACCA di Simone Manetti (Italia, 2019, DCP, 76’) Due donne, due artiste in abito da sposa. Un viaggio fino a Gerusalemme attraverso i paesi sconvolti dalle guerre. 6000 km da percorrere in autostop, per celebrare il matrimonio tra i popoli e dimostrare che dando fiducia al prossimo si riceve solo bene. Questo era l’intento di Pippa Bacca e Silvia Moro quando, l’8 marzo del 2008, sono partite da Milano con l’obiettivo di mettere in scena una performance nel segno della pace.

L’UNICA COSA CHE HO È LA BELLEZZA DEL MONDO COMME SI, COMME ÇA di Marie-Claude Treilhou (Francia, 2019, DCP, 62’) Nel suo studio pieno di libri Michel Deguy, uno dei più grandi poeti viventi, continua senza tregua a lanciare sfide, a inventare un pensiero critico, a plasmare e trasformare il linguaggio. Adottando la stessa compostezza formale del poeta il film si pone un obiettivo ambizioso: a partire da una conversazione frontale immergersi nel profondo della scrittura poetica, nel vivo del suo pensiero “ecopoeticologico”.

INCONTRO CON FRANCO “BIFO” BERARDI Proseguendo un percorso cominciato con TFFdoc/Apocalisse, incontriamo Franco “Bifo” Berardi, l’autore di Dopo il futuro. Dal futurismo al cyberpunk (2013), Il secondo avvento. Astrazione apocalisse comunismo (2018), e Futurabilità (2019). Attraverso la proiezione del film di Christian Labhart, Passion – Beetwen Revolt and Resignation, tenteremo di orientarci, con l’aiuto di Bifo, nella follia del mondo contemporaneo travolto dal global warming, dal consumo eccessivo di merci, dalle continue guerre “locali” e dalle migrazioni senza sosta che le diseguaglianze globali provocano.

TIME AND TIDE di Marleen Van Der Werf (Olanda, 2018, DCP, 29’) La quiete della natura. Il piacere dello stare nel mondo. La macchina da presa segue i movimenti del vento che accarezza un paesaggio che diviene emotivo.

ÚLTIMAS ONDAS di Emmanuel Piton (Francia, 2019, DCP, 41’) Da qualche parte nel nord della Spagna. Un viaggio psicologico e geografico in quei luoghi che sono tornati selvaggi, un’elegia degli esseri che li hanno segnati con il loro passaggio. Un film di fantasmi che raccontano storie di un tempo che non c’è più.

L’ULTIMO SOGNU di Lisa Reboulleau (Francia, 2019, DCP, 33’) Nel cuore della foresta corsa, nel centro dell’isola, una donna vaga di notte. Le sue partite di caccia sono oniriche e negli occhi delle bestie che uccide le viene rivelato il futuro funesto degli abitanti del suo villaggio. Lei è una mazzera.

FUORI CONCORSO TUTTO L’ORO CHE C’È di Andrea Caccia (Italia/Svizzera/Francia, 2019, DCP, 76’) Un fiume. Un ragazzino che gioca nel bosco. Un uomo nudo tra gli alberi. Un carabiniere. Un’arma. Un cacciatore ai limiti della legalità. Un anziano cercatore d’oro. Persone reali che vivono le loro giornate immerse nella natura dove la realtà assume di volta in volta le tinte della fiaba, del racconto poliziesco, del poema metafisico.

INCONTRO CON FLATFORM Cosa succede quando un drone entra nel percorso artistico di due cineasti? Un breve percorso nella filmografia dei Flatform che attraverso Non si può nulla contro il vento (2010) e Movimenti di un tempo impossibile (2011) arriva al nuovo film: Quello che verrà è solo una promessa presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2019.

ITALIANA.CORTI Il concorso è riservato a cortometraggi italiani inediti, caratterizzati da ricerca e originalità di linguaggio. 11 titoli in competizione divisi in 3 programmi a formare un caleidoscopio capace di creare una una balera, una sala d’aspetto di una prigione e i muri di un’abbazia incompiuta; un caleidoscopio in cui si alternano le riflessioni di una donna sul suo ruolo e i racconti di un artista diventato allevatori di maiali; in cui le ere geologiche lasciano intravedere il futuro e il passato non è che un fungo atomico; in cui frammenti d’estate si incastrano con frammenti di vite passate e frammenti di un amore finito esplodono in frammenti di surreale ironia. Nel 2018 sono stati premiati Ultima Cassa (Miglior cortometraggio) e 13 volte fuoco su mio padre di Francesco Ragazzi e Col tempo di Sara Dresti (Premio speciale della giuria ex-aequo). (Davide Oberto) PROGRAMMA 1 SMOKE GETS IN YOUR EYES di Riccardo Giacconi, Paolo Pennuti e Mirko Fabbri (Italia, 2019, DCP, 11’) Mani che battono a tempo, coppie che ballano, giochi di luce sul pavimento. I ricordi di un mattatore che suonava il sassofono e dirigeva un’orchestra. Lampi di luci e zone d’ombra, mentre la palla stroboscopica gira. LA BUCA di Dario Fedele (Italia, 2019, DCP, 28’) Palermo. Ogni mattina, davanti al carcere dell’Ucciardone decine di famiglie aspettano di poter entrare a far visita ai propri cari detenuti. Dai loro discorsi emergono piccoli dettagli, storie, lamentele, che svelano bellezze e contraddizioni degli affetti familiari, della città e dell’anima dei suoi abitanti. Documentario disegnato in freeze frame. INCOMPIUTA di Tiziano Doria e Samira Guadagnuolo (Italia, 2019, 16mm, 19’) I luoghi e le persone comuni e poi una lettura della realtà assorta e simbolica che riflette sul tema della caduta del paradiso e sulla condizione umana. Nel mentre l’Incompiuta è spettatrice senza tempo della vita che accade intorno. PROGRAMMA 2 LUI E IO di Giulia Cosentino (Italia, 2019, DCP, 13’) Le riflessioni di una donna nel ruolo di moglie e madre, tra imposizione e scelta, attraverso le riprese del marito che la ritraggono. La memoria personale come parte della storia collettiva. CARAVAGGIO ERA UN MAIALE di Giacomo Bolzani (Italia, 2019, DCP, 23’) Dopo studi da artista e una carriera da pubblicitario Pasquale Martini alleva maiali. Gli umani lo stufano, gli animali mantengono viva la sua creatività. Intravediamo un percorso visionario e surreale, capace di riscrivere i confini tra uomo e istinto, grugnito e parola. SUBLUNARY di Mariangela Ciccarello e Philip Cartelli (Italia/Malta/USA, 2019, DCP, 21’) Una donna indaga sulla particolarità geologica di un’isola, scoprendo nelle pietre strati nei quali le storie del passato si mescolano a quelle dell’immediato presente e a narrazioni di possibili futuri immaginari. LA VOLTA CHE HO SOGNATO ROBERT OPPENHEIMER E IL FUNGO ATOMICO CHE SI ALZA NEL DESERTO di Carlo Cagnasso (Italia, 2019,DCP, 6’) Animali. Robert Hoppenheimer, padre della bomba atomica. Incantesimi per scacciare il male. Ad un certo punto questi elementi si avvicinano e ingranano uno con l’altro. Un breve film, un tentativo di fare poesia.

PROGRAMMA

CAMERA D’ESTATE di Mattia Biondi (Italia, 2018, file, 14’) Una piccola camera raccoglie impressioni e frammenti di un viaggio estivo. Filmare come giocare. Un filmdiario sulla ricerca di immagini autentiche e personali.

PASSAGGI di Beppe Leonetti (Italia, 2019, DCP, 14’) Un film che ha il sapore dei tempi lontani con immagini d’archivio, fotografie sbiadite, cartoni animati e ricordi a colori che si mescolano per raccontare storie di fantasmi e di famiglie. Peppino e le cose non dette.

LA TIGRESSE di Fabrizio Paterniti Martello (Italia, 2019, DCP, 14’) Lui è solo. Il ricordo di lei lo tormenta. Il potere della memoria e la sua maledizione. Dimenticare è una pratica che non tutti possono permettersi. Il sogno può essere l’unico modo per emergere dall’incubo.

SPERA TERESA di Damiano Giacomelli (Italia, 2019, DCP, 15’) Teresa è una cantante disabile, determinata a diventare qualcuno nel mondo della musica tradizionale, nonostante le difficoltà legate alla sua condizione, al contesto post-sismico e agli improbabili aiutanti di cui si circonda.

ONDE

L’imprinting della sezione lo ha dato a inizio anno la visione a Berlino di Synonimes di Nadav Lapid, con la sua urgenza di definire l’idea di un mondo attraverso l’idea di un linguaggio incarnata in una fuga fatta di ribellione, rinuncia, separatezza e rigenerazione. Le Onde del 37 Torino Film Festival nascono da lì, dalla limpida e sapiente ingenuità di quel corpo che balla da solo il suo primo tango a Parigi, e arrivano al bagno nella notte di Fontainhas, in cui si immerge la Vitalina Varela dell’omonimo film di Pedro Costa, anche lei caduta dal cielo in una città, Lisbona, diventata idea e sogno a perdere. In mezzo la performance dei Six Portraits of Pain di Teresa Villaverde, opera lacerante sull’eterna sofferenza del presente. Tre lavori che sono gesti filmici concreti, capaci di definire uno spazio per il Cinema del presente e di sempre, nel quale ci ritroviamo attori consapevoli. Noi, e prima di noi i nostri autori. Ecco allora Frank Beauvais, che nel lacerante Ne croyez sourtout pas que je hurle quello spazio lo costruisce materialmente, filmando il filmare, cercando la catalogazione di frammenti di film esplosi come schegge dal dolore intimo. L’esatto opposto di Cosimo Terlizzi, che in Dentro di te c’è la terra retrocede in una intimità che è infanzia della consapevolezza, inclusione del desiderio fuori dall’urgenza del mondo. La materialità storica dei luoghi diventa spazio identitario filmabile al di là o anche dentro la confusione del presente, come accade a Emmanuel Parraud in Maudit!, che si perde nei luoghi fantasmatici di La Reunion, distretto francese nell’Oceano indiano, per trovare un film posseduto e fuggiasco, quasi un perfetto sinonimo di Synonimes… Un po’ come lo svedese John Skoog, che in Säsong libera l’identità fantasmatica dei suoi protagonisti nella indefinitezza aurorale, o forse crepuscolare, di uno spazio che potrebbe essere al tempo stesso arcaico e primigenio. C’è poi il corpo sacro e profano dell’artista, quello dello stesso Pedro Costa che ombreggia nella scansione del suo cinema in Sacavém di Julio Alves. Altrove, in Argentina, l’autobiografia della regista e attrice Romina Paula diventa traccia di una reiterazione di sé che riparte De nuevo otra vez, «di nuovo un’altra volta», allineando le generazioni familiari così come le ipotesi della propria condizione esistenziale. Biografie familiari reali e immaginarie comuni che del resto appartengono anche a Lucia Margarita Bauer e al suo Maman Maman Maman. E poi ci sono le linee di tendenza, le confluenze che impongono questioni. Il cinema brasiliano, per esempio, la realtà più flagrante del cinema mondiale, che approda in Onde con due film che ne riflettono la matrice storica e la spinta innovativa: Ontem Havia Coisas Estranhas no Céu di Bruno Risas, in cui la disarticolazione del tempo esistenziale e dello spazio reale del regista e della sua famiglia incarna la spinta in avanti, e Sofà di Bruno Safidi, che recupera la linea performativa politica e poetica di una tradizione filmica brasiliana che ha indubbiamente lasciato il segno. E i filmmaker italiani più estremi (oggi li chiamano «fuori norma», noi lo diciamo da tempo), quelli che espongono la pulsione del filmare alla scarnificazione delle immagini e dei suoni: Carlo Michele Schirinzi, che con il secondo lungometraggio Padrone dove sei prosegue nel suo cammino dolente e rabbioso; Canecapovolto, che in Memra affronta l’atto mancato della memoria; Mauro Santini, che riecheggia la memoria visiva e sonora di luoghi immaginari in Megrez; Salvo Cuccia, che in La pelle del tempo incide graffiti sulla celluloide pornografica emersa dal cinema del passato; Giuseppe Boccassini, che in La notte salva materializza macrovisioni bigger than life; Bruno Bigoni e Francesca Lolli, che in Voglio vivere senza vedermi studiano la trasfigurazione tra vita e morte nel desiderio di essere al mondo; e l’immancabile Tonino de Bernardi, che trova in Tolstoj le pagine di una Resurrezione affidata al suo perenne filmare la resistenza dei viventi… ONDE – ARTRUM Pensata e realizzata assieme alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo come uno spazio di interconnessione tra arte e cinema, la sezione Onde – Artrum propone quest’anno un programma di artisti dell’ associazione no-profit Protocinema, specializzata nella committenza e promozione di opere d’arte cross-culturali legate a contesti e problematiche locali e globali. Questo programma è costituito da otto opere di artisti di turchi, palestinesi, georgiani e greci che affrontano, con approcci ora dinamicamente performativi ora acutamente indagativi, una serie di aspetti politici e sociali che ineriscono il Medio Oriente, l’Europa del Sud e l’Asia dell’Ovest, in questo periodo più che mai al centro dell’attenzione mondiale. (Massimo Causo)

DE NUEVO OTRA VEZ di Romina Paula (Argentina, 2019, DCP, 84’) Una giovane donna si prende una pausa dalla vita matrimoniale e torna con il figlio piccolo dalla madre, nella casa e nella città in cui è cresciuta. Non sa, dice, se è in vacanza o in crisi. Entrambe le cose, probabilmente. Per l’esordio da regista, la scrittrice, autrice teatrale e attrice Romina Paula punta la camera su sé stessa, la sua famiglia e la sua storia personale, e trova nel cinema un rifugio dall’esistenza, una sospensione al divenire inarrestabile del tempo.

DENTRO DI TE C’È LA TERRA di Cosimo Terlizzi (Italia, 2019, DCP, 83’) Le rocce e il mare di una vacanza alle Eolie, il tempo sospeso della campagna pugliese, la prospettiva lontana di una ragazza che insegue la sua immagine sui social, quella vicina di un immigrato nero accolto in casa: dopo L’uomo doppio, il diario in intimità di vita scritto da Terlizzi filmando scorci quotidiani e esistenziali, come fossero il cuore di un labirinto senza pareti, nel quale sostare sereni e un po’ stupiti.

MAMAN MAMAN MAMAN di Lucia Margarita Bauer (Germania, 2019, DCP, 37’) Come rendere omaggio alla propria famiglia, alle proprie origini franco-tedesche, alla nonna scomparsa, alla mamma, ai mille cugini, allo zio sfasato, allo spirito autodistruttivo di un mondo di ricchi, di matti e di infelici? Con un film come questo, divertente e divertito, amorevole e crudele, che la regista ha girato nella grande di casa in Francia dei Bauer, la sua casa.

MAUDIT! di Emmanuel Parraud (Francia, 2019, DCP, 76’) Sull’isola La Riunione, dipartimento francese nell’Oceano Indiano, un giovane del posto uccide il suo migliore amico in un raptus di rabbia. La sua coscienza cancella il gesto, ma dal passato di una terra schiavizzata emergono fantasmi che chiedono una compensazione al dolore dei morti. Come in un Bacurau più spigoloso e indipendente, Parraud racconta lo spirito ribelle di un mondo a lungo ridotto al silenzio e condannato a rimestare le ferite del colonialismo.

MEGREZ di Mauro Santini (Italia, 2019, DCP, 7’) Una notte stellata, interni semioscuri e bui, baluginii solitari, intermittenze di luci. E poi l’eco lontana di suoni indistinti e ultraterreni. Quarto frammento della serie Vaghe stelle, con cui Santini lavora come sempre su una sintassi poetica della sua visione, capace di far rimare fra loro immagini e suoni così intimi da farsi universali.

MEMRA di Canecapovolto (Italia, 2019, DCP, 30’) Cosa significa perdere la memoria o generarla artificialmente? Il collettivo catanese Canecapovolto torna in Onde con un lavoro che, ancora una volta, è un laboratorio perturbante, in cui il rapporto tra opera e spettatore diventa la carne viva di uno straniante esperimento percettivo e cognitivo.

NE CROYEZ SURTOUT PAS QUE JE HURLE di Frank Beauvais (Francia, 2019, DCP, 75’) Cronaca per interposte immagini di un regista in dissidio con se stesso e con il mondo: giorni in isolamento, trascorsi a guardare film come lenimento al dolore, si traducono in un magma di immagini che cannibalizzano il cuore del filmare e la paura del presente. Dalla fine del mondo e per la fine di un amore, un film saggio che racconta la fine della Storia ma non quella delle storie. Di certo non la fine della sublime ossessione, la settima: quella del Cinema! Ceci n’est pas un hurlement…

LA NOTTE SALVA di Giuseppe Boccassini (Italia, 2019, DCP, 12’) Come il messaggio notturno di un animale, un film misterioso fatto di immagini scientifiche, di insetti e crostacei, di distorsioni sonore, di materia organica e sensoriale. Boccassini prosegue un personalissimo percorso artistico, tra l’archivio e la creazione, tra le pieghe dell’immaginario e la ricerca di forme pure di immaginazione.

PADRONE DOVE SEI di Carlo Michele Schirinzi (Italia, 2019, DCP, 81’) Figure maschili vanno alla deriva nella bruma torinese o nel controluce piovoso salentino; bagliori di un corpo femminile sfiorato e astratto; stacchi dolenti su un’anziana madre nel letto della sua sofferenza; i Joy Division dialogano con This Mortal Coil, mentre Bernini sta a guardare Bosch… Il secondo lungo di Schirinzi (I resti di Bisanzio) è un atto di dolore ispirato dagli schizzi del suo taccuino. Un film intimo, tutto proteso verso le pulsioni del visibile e dell’udibile.

LA PELLE DEL TEMPO di Salvo Cuccia (Italia, 2019, DCP, 15’) L’abbraccio dei corpi, la sedimentazione della memoria, la dissolvenza delle immagini: Salvo Cuccia riattiva frammenti di vecchi film porno del suo cinema di famiglia e li trasforma nell’archivio di una visualità che sedimenta il desiderio e interroga lo sguardo. Uno studio tra immagine e corpo, dai graffiti a Caravaggio, a Francis Bacon.

RESURREZIONE di Tonino De Bernardi (Italia, 2019, DCP, 116’) Caduta e redenzione come morte e resurrezione, come vivere la vita e non dimenticare i ricordi: Tonino De Bernardi rilegge le pagine dell’ultimo romanzo di Tolstoj, assieme a Joana Preiss e Giovanna Giuliani, Tommaso Ragno, enrico ghezzi e molti altri. Un’elegia del cambiamento composta in movimento. “Un film nel tempo e nei luoghi che variano, affidato al potere evocativo di parole e voci degli attori, dal passato al presente”.

SACAVÉM di Júlio Alves (Portogallo, 2018, DCP, 65’) Un viaggio nel cinema di Pedro Costa: scene da Casa de Lava, Ossos, No Quarto da Vanda, Juventude Em Marcha, Cavalo Dinhero; frammenti di fotografie, diari di lavorazione, colonne audio. La voce fuori campo del regista portoghese, la sua ombra, la sua assenza… Un film-omaggio che si abbandona alla bellezza dei singoli film e offre con le sue immagini e le sue rielaborazioni una riflessione teorica su un percorso artistico di straordinaria complessità.

SÄSONG / RIDGE di John Skoog (Svezia, 2019, DCP, 71’) Estate, campagna svedese, la stagione della raccolta in un’azienda agricola. Uno stagionale polacco, un adolescente annoiato, una ragazza in vacanza. Le piante, le macchine, gli animali, l’acqua, il fuoco. La natura, la tecnologia, l’alienazione. L’esordio nel lungo dello svedese Skoog (nel 2011 a Onde con Sent På Jorden) fonde documentario, coming of age, iperrealismo, arte contemporanea: un film ipnotico, misterioso, quasi apocalittico.

SIX PORTRAITS OF PAIN di Teresa Villaverde (Portogallo, 2019, DCP, 25’) Dalle eterne cristologie della Storia, riecheggiano viae crucis e passioni della carne: i campi di sterminio, le guerre, i naufraghi. Sollecitata dal Centro Cultural de Belém, Teresa Villaverde elabora materiali di repertorio e li trasforma in una potente e lacerante “colonna visiva” per l’omonima composizione di António Pinho Vargas.

SOFÁ di Bruno Safadi (Brasile, 2019, DCP, 71’) Un’ex insegnante di un quartiere popolare di Rio, espropriata della sua casa dagli speculatori edilizi, chiede aiuto a un giovane pescatore per recuperare dal mare il suo vecchio sofà. Sullo sfondo di una città in guerra, i due ingaggiano una lotta contro le autorità in difesa dei loro diritti. Di fronte all’imbarbarimento del Brasile contemporaneo, Safadi (O Prefeito, O Fim de uma Era) recupera lo spirito rivoluzionario e giocoso del Cinema Novo e di Rogério Sganzerla per una nuova, possibile idea di cinema militante.

SYNONYMES di Nadav Lapid (Francia/Israele/Germania, 2019, DCP, 123’) Yoav giunge a Parigi come fosse un profugo, un angelo caduto da Israele. Rifiuta la sua terra e la sua lingua, viene accolto dai borghesi della porta accanto, usa il francese come il laboratorio della sua nuova esistenza, rifugge dal padre e dal mondo ebraico… Stretto nel suo cappotto color cammello, Yoav è il povero eroe del nuovo film di Nadav Lapid (The Kindergarten Teacher): uno specchio autobiografico con riflessi nouvelle vague, interpretato dal folgorante esordiente Tom Mercier. Orso d’Oro alla Berlinale 2019.

VITALINA VARELA di Pedro Costa (Portogallo, 2019, DCP, 124’) Vitalina Varela, capoverdiana di 55 anni, arriva a Lisbona tre giorni dopo il funerale del marito. Ha aspettato questo viaggio per 25 anni, ma quando è arrivata ormai era troppo tardi. Pedro Costa torna al TFF dopo Juventude Em Marcha con un film straziante, immerso in un indimenticabile buio caravaggesco, solenne elegia di una donna che non piange i morti, ma ricostruisce la propria vita tra le rovine del poverissimo, irreale quartiere popolare Fontainhas.

VOGLIO VIVERE SENZA VEDERMI di Bruno Bigoni e Francesca Lolli (Italia, 2019, DCP, 70’) In apnea sul tempo presente, un trittico che danza con il desiderio della Morte di provare a vivere, amare e stare nel mondo, cessando per un po’ il suo potere. Bigoni e Lolli indagano “il potere come immagine, come immaginazione, come corpo fisico”, attivando il dialogo tra sperimentazione visiva e acting teatrale in un trittico che parte da Artaud, attraversa il Living Theatre e arriva ai giorni nostri.

YESTERDAY THERE WERE STRANGE THINGS IN THE SKY di Bruno Risas (Brasile, 2019, DCP, 109’) Dopo che il padre ha perso il lavoro, la famiglia di Bruno Risas ha dovuto trasferirsi a Bresser, vecchio quartiere operaio di São Paulo. La madre porta qualche soldo a casa, la sorella ha un lavoro malpagato, la nonna invecchia sempre più. E lui, Risas, non fa altro che filmare. Cosa? Una finzione? Un doc? Una storia di fantascienza? O forse il collasso della borghesia brasiliana – e di un’intera nazione – compresso nello spazio saturato di una casa?

ARTRUM AT THOSE TERRIFYING FRONTIERS WHERE THE EXISTENCE AND DISAPPEARANCE OF PEOPLE FADE INTO EACH OTHER di Basel Abbas e Ruanne Abou-Rahme (Palestina, 2019, DCP, 10’)

NEITHER ON THE GROUND, NOR IN THE SKY di Hera Büyüktasciyan (Turchia, 2019, DCP, 10’)

SHIVERING HEART di Vajiko Chachkhiani (Georgia, 2018, DCP, 10’)

DREAM LIVES OF DEBRIS di Lara Ögel (Turchia, 2019, DCP, 5’)

THE MISSING T di Ahmet Ögüt (Turchia, 2018, DCP, 10’) UNDER di Hale Tenger (Turchia, 2018, DCP, 3’)

STUDIO VISIT 09: PAINTING PREVIEW di Theo Triantafyllidis (Grecia, 2018, DCP, 12’)

THE ATELIER di Hasan Özgür Top (Turchia, 2018, DCP, 10’) Otto lavori di artisti di area turca proposti dall’associazione no-profit Protocinema, specializzata nella promozione di opere di video arte provenienti da contesti locali specifici. Composto da lavori che adottano differenti espedienti narrativi e visivi, il programma racchiude un insieme di opere che si alternano nel raccontare lo stato di degrado di una città messicana come specchio di politiche sociali inadeguate, si interroga sullo status delle “persone illegali”, esplora il rapporto tra condizione umana e digitale, riattiva criticamente antiche mitologie del folklore locale, descrive l’adattamento alle norme politico-sociali, i temi della memoria personale e collettiva, del patrimonio culturale e dei flussi migratori. Si osserva infine la conflittualità turca e l’avanzare di politiche nazionaliste attraverso la descrizione delle piccole imprese che producono bandiere.

SI PUÒ FARE! l’horror classico, 1919 – 1969 “Si può fare!”, esclamava il dottor Frankenstein leggendo gli appunti del nonno sulla possibilità scientifica di rianimare i morti, in Frankenstein Junior, l’irresistibile omaggio di Mel Brooks ai gloriosi horror degli anni ‘30. Si può fare: ricostruire un uomo, rincorrere i vampiri, danzare con i fantasmi, come ha fatto il cinema fin dalle origini, unica macchina capace di mostrare quello che nemmeno gli specchi riflettono. Collegata idealmente alla mostra del Museo Nazionale del Cinema “FacceEmozioni: dalla fisiognomica agli emoji”, aperta il 17 luglio e in corso fino al 6 gennaio nella Mole Antonelliana, la retrospettiva del 37 Torino Film Festival è dedicata all’horror classico, dagli anni ‘20 ai ’70: dagli incubi aguzzi della Repubblica di Weimar evocati nel 1920 da Robert Wiene con Il gabinetto del dottor Caligari ai voraci non morti resuscitati da John Gilling in La lunga notte dell’orrore, che anticipava di qualche anno La notte dei morti viventi di George Romero, primo, dirompente capitolo del New Horror. In mezzo, le creature classiche materializzate dalla Universal (Dracula, Frankenstein, l’Uomo Lupo, Il fantasma dell’Opera) e trent’anni dopo rese sensuali e sanguigne dalla Hammer Film; le tensioni sottili e i fantasmi, le donne pantera e i ladri di cadaveri evocati dalla RKO di Val Lewton con il lavoro di Tourneur, Wise e Robson; le allucinazioni macabre con cui Roger Corman traduce sullo schermo Edgar Allan Poe, le magnifiche streghe e vampire della via italiana al gotico di Mario Bava e Riccardo Freda, i bambini inquietanti di Henry James, gli scienziati pazzi, le donne senza volto, le case infestate, gli automi, i pupazzi parlanti e le bambole assassine, tutti i mister Hyde che ognuno di noi nasconde in sé. Relegato nella produzione di serie B (dagli standard discreti della Universal e della altre major classiche, ai 150.00 dollari per film concessi a Val Lewton dalla Rko, alle ingegnose soluzioni visive di Roger Corman, Mario Bava e Riccardo Freda per ovviare a budget ancora più minuscoli), l’horror è stato considerato con supponenza anche da critici e intellettuali fin verso la fine degli anni ‘70, quando si avviò il processo di rivalutazione critica che aveva già contrassegnato la fantascienza nel decennio precedente. Solo i francesi, in questo senso sempre più attenti, stavano già occupandosi di horror fin dall’inizio degli anni ‘60, in piena espansione della Hammer Film, della quale il critico Jean-Paul Török, in un suo celebre articolo su “Positif”, scriveva: «Con il suo potere suggestivo, la sua frenesia, il suo invito al viaggio nel territorio della meraviglia oscura e della fantasia erotica, l’horror film inglese non è forse il vero Free Cinema?». Da quel momento, dall’uscita di Shining di Kubrick e della definitiva affermazione di Carpenter, Cronenberg, Romero, Joe Dante, David Lynch e gli altri, l’horror viene riconosciuto come uno dei generi che maggiormente rispecchiano le ansie, gli sconvolgimenti, le frustrazioni, gli impulsi della società contemporanea. Non più una pericolosa “fuga dalla realtà”, tanto appagante quanto diseducativa, ma un genere che sa rispecchiare le strutture economico-sociali e del pensiero dei momenti in cui i film sono stati realizzati e (come le fiabe per i bambini) i nostri bisogni intimi e sepolti. L’horror come componente indispensabile di quel “fantastico” che è elemento fondante del cinema. Il cinema o “l’uomo immaginario”, come scrisse Edgar Morin; il cinema, dove la dicotomia Lumière/Méliès non marcia in realtà su binari paralleli e non comunicanti, ma sul loro inevitabile incrocio, sul loro scontro eclatante: il treno che entra in primo piano nella stazione di La Ciotat fa più paura di un fantasmagorico Mefistofele di Méliès. Il cinema che appartiene comunque al territorio dell’inconscio, dell’incubo, della rêverie. Oggi che il fantastico è diventato una delle fette produttivamente dominanti dello spettacolo cinematografico, val la pena di ripercorrere le tappe che ne hanno segnato l’evoluzione e di riscoprire le facce, le maschere, gli ambienti, le atmosfere che hanno alimentato e segnato l’evoluzione dell’horror classico, dando corpo alle nostre paure, e che sono alla base di tutto l’horror successivo. (Emanuela Martini)

DAS CABINET DES DR. CALIGARI di Robert Wiene (Il gabinetto del dottor Caligari, Germania, 1920, DCP, 76’) Malefico illusionista e ipnotizzatore o buon dottore? L’ambiguo Caligari si aggira tra strade e case contorte, mentre la sua Creatura, il diafano sonnambulo Cesare, compie i suoi delitti. Tutto è sghembo, acuminato e disturbante nella geniale scenografia (di Hermann Warm) del film simbolo dell’Espressionismo tedesco: guidati da Werner Krauss e Conrad Veidt, un viaggio nell’incubo che preannuncia l’orrore nazista e che influenzò tutto il cinema fantastico successivo.

NOSFERATU, EINE SYMPHONIE DES GRAUENS di F.W. Murnau (Nosferatu – Il vampiro, Germania, 1922, DCP, 94’) Porta con sé la peste, i topi, la follia, il sangue, la morte o, peggio, la vita notturna dei non-morti: si chiama Orlok ma si legge Dracula. Ispirandosi al romanzo di Bram Stoker (del quale non aveva i diritti, e per questo cambiò nomi e ambientazione), Murnau mette in scena l’horror come una sinfonia di bianchi e neri, di ombre incombenti e realtà sfuggenti, di seduzione e repulsione. La figura adunca di Max Schreck, le sue orecchie appuntite, il viso scheletrico s’imprimono nella storia del cinema.

THE PHANTOM OF THE OPERA di Rupert Julian (USA, 1925, DCP, 101’) Il secondo degli adattamenti del romanzo di Gaston Leroux è, con il film di De Palma del 74, il più bello e il più triste: Erik, musicista sfigurato, vive nei meandri dell’Opera di Parigi e ama la giovane cantante Christine, per la quale è pronto a uccidere e a immolarsi. Dietro il trucco spaventoso ideato da lui stesso, Lon Chaney, “l’uomo dai mille volti” della Universal, balza dai soffitti alle quinte, suona l’organo nei sotterranei, si presenta mascherato da Morte Rossa nella scena del ballo, girata in Technicolor.

FRANKENSTEIN di James Whale (USA, 1931, DCP, 70’) Chiuso tra una sinistra sepoltura in un cimitero di campagna e un mulino in fiamme, il prototipo orrifico per eccellenza nasce quasi per caso, dall’incrocio dei talenti di un regista di sensibilità gotica (James Whale), un truccatore geniale (Jack Pierce) e un attore caratterista (Boris Karloff). Il barone scienziato che sfida leggi umane e divine e la sua Creatura feroce e dolente prendono corpo dalle pagine di Mary Shelley, affontano i pregiudizi della folla e diventano icone cinematografiche eterne.

FREAKS di Tod Browning (USA, 1932, DCP, 64’) Un circo e le sue attrazioni: insieme ad animali esotici, trapeziste fascinose e vigorosi forzuti, ci sono nani, gemelle siamesi, microcefali, ermafroditi, uomini senza gambe e ragazze senza braccia. I vitali, intelligenti, tenerissimi e cattivissimi “freaks” raccontati da Tod Browning, figlio di genitori sordomuti e artista da circo, prima di diventare regista e maestro della “diversità”. Un capolavoro maledetto, in cui la Bellezza non corrisponde al Bene. All’epoca fu uno shock, poi è diventato un cult.

ISLAND OF LOST SOULS di Erle C. Kenton (L’isola delle anime perdute, USA, 1932, DCP, 70’) Un naufrago viene lasciato su un’isola dell’Oceania, popolata da strani uomini barbuti e balbettanti e da un’unica ragazza sinuosa come una pantera. Qui vive e lavora ai suoi misteriosi esperimenti il dottor Moreau, affabile e minaccioso. Dalla “casa del dolore” provengono spesso grida strazianti. Dal romanzo di H. G. Wells, un horror sensuale e brutale, dominato dallo scienziato-padrone-dio Charles Laughton. Proibito all’epoca, poi spesso sottovalutato.

THE MUMMY di Karl Freund (La mummia, USA, 1932, DCP, 73’) Con la silenziosa resurrezione di Boris Karloff, con il suo occhio che si apre tra le bende, nasce un’altra classica Creatura: il sacerdote Imhotep, riportato maldestramente in vita da due archeologi e pronto a tutto per far rivivere la sua amata principessa. Freund, grande direttore della fotografia emigrato dalla Germania nel ‘29, compone un raffinato studio in bianco e nero della passione amorosa che sfida la morte e i secoli. Karloff, truccato da Pierce, dà vita a uno dei suoi revenant più tormentati.

THE BLACK CAT di Edgar G. Ulmer (USA, 1934, DCP, 65’) Dei racconti di Poe ci sono solo il titolo e l’ossessione per le donne morte giovani, rimaste incatenate al nostro mondo, splendide forme conservate in teche di vetro. Il resto, la sfida mortale tra due acerrimi amici-nemici, un medico e un architetto, commmilitoni nella Prima guerra mondiale, nasce dal genio del “King of the Bs” Edgar G. Ulmer, che lavora sull’ambiguità degli spazi e dei volti, sulle ombre e sul carisma dei due giganteschi avversari: Bela Lugosi e Boris Karloff. Un pilastro del macabro bizzarro.

BRIDE OF FRANKENSTEIN di James Whale (La moglie di Frankenstein, USA, 1935, DCP, 75’) Il capolavoro della serie Universal, uno dei migliori horror di sempre e il modello principale per Frankenstein Junior di Mel Brooks: Whale era restio a tornare sul tema, ma poi colorò di humor la sua immaginazione. Insieme al Barone e alla Creatura (che ora parla), entrano in scena la Sposa con i capelli elettrizzati (citatissimi) e il pazzo dottor Pretorius con i suoi omuncoli e le sue invenzioni mirabolanti. Introduce Mary Shelley in persona, Elsa Lanchester, inquieta dama dalla fantasia perversa.

THE DEVIL DOLL di Tod Browning (La bambola del diavolo, USA, 1936, 35mm, 78’) Un banchiere, incastrato dai suoi soci e detenuto da 17 anni, evade dall’Isola del Diavolo insieme a uno scienziato che sta studiando la miniaturizzazione. Poco dopo, a Parigi, una strana vecchia vende bambole molto realistiche. E i soci del banchiere cominciano a morire. Come Montecristo, l’insinuante Lionel Barrymore manovra volontà e corpi in un cult bizzarro e disturbante, penultima regia di Tod Browning. Indimenticabili le bambole e le loro imprese criminose.

JEKYLL AND MR. HYDE di Victor Fleming (Il dottor Jekyll e Mr. Hyde, USA, 1941, 35mm, 113’) Lo strano caso del dottore che cercava le radici del Male per estirparle dall’uomo e invece le materializzò in se stesso, creato da Stevenson nel romanzo del 1886, è amatissimo dal cinema: circa 50 versioni dal 1908 al 2017. In questa sontuosa produzione Mgm, è Spencer Tracy ad assumere la doppia personalità (bonario da Jekyll, laido da Hyde), accanto a Lana Turner (la sua fidanzata perbene) e Ingrid Bergman (che volle a tutti i costi la parte della cameriera volgare che diventa sua amante).

CAT PEOPLE di Jacques Tourneur (Il bacio della pantera, USA, 1942, DCP, 73’) Entrano in scena le ombre, la paura che si nasconde dietro gli angoli delle strade, i mostri ambigui che nascono da dentro: nel primo horror prodotto da Val Lewton per la Rko e diretto da Tourneur, la disegnatrice di moda serba Irena ama l’architetto Oliver, ma è avvinta e bloccata dalla maledizione “felina” che pesa sulle sue origini. Finché la gelosia non la scatena. Interpretato da Simone Simon, fotografato da Nicholas Musuraca e montato da Mark Robson, un classico del “non visto” che terrorizza.

I WALKED WITH A ZOMBIE di Jacques Tourneur (Ho camminato con uno zombi, USA, 1943, 35mm, 69’) Una giovane infermiera canadese va nelle Indie Occidentali per occuparsi di una ricca paziente pazza e catatonica. E qui incontra Damballa, spirito-guida locale del rito voodoo. Realizzato dalla coppia LewtonTourneur, uno dei primi film di zombie, immerso nel folclore e nelle magie haitiane. Atmosfera avvolgente e malsana, superstizione antica contro razionalità medica, un film costruito sull’incantesimo e sulla sospensione dell’incredulità che avvince tutti i personaggi.

THE BODY SNATCHER di Robert Wise (La jena – L’uomo di mezzanotte, USA, 1945, DCP, 78’) Dal racconto Il trafugatore di salme di Stevenson (che s’ispirava alla storia di Burke e Hare, gli assassini e procacciatori di cadaveri che operarono a Edimburgo all’inizio dell’800), il dramma torbido del dottor MacFarlane, chirurgo e docente di anatomia, e del suo ambiguo rapporto con il vetturino John Gray, ladro di cadaveri. Boris Karloff (Gray) ha una delle parti più belle della sua carriera, non un mostro ma un loquace, astuto proletario scozzese che nasconde un’anima nera.

CREATURE FROM THE BLACK LAGOON di Jack Arnold (Il mostro della laguna nera, USA, 1954, DCP, 79’) Una spedizione di paleontologi, in barca, sul Rio delle Amazzoni. Una laguna intatta fin dalla preistoria. Una ragazza in costume bianco nuota a pelo d’acqua, mentre a sua insaputa un bizzarro uomo-pesce si muove in sintonia sotto di lei. È la scena più celebre di uno dei capolavori di Jack Arnold, maestro della fantascienza “umanistica”, che qui si abbandona alla sensualità insita nell’horror. Malinconica storia d’amore di un “diverso”, base di La forma dell’acqua di Guillermo Del Toro.

THE CURSE OF FRANKENSTEIN di Terence Fisher (La maschera di Frankenstein, UK, 1957, 35mm, 82’) Il film che inaugura la stagione dell’horror Hammer: carnale e colorato, scatena l’ira dei censori e, con il suo successo di pubblico, rilancia il genere. La storia di Frankenstein segue la traccia di Mary Shelley, ma si concentra soprattutto sul dottore, cinico e amorale. Peter Cushing è un freddo dandy, Christopher Lee la prima delle sue Creature (che cambieranno ogni volta). La regia di Fisher e la sceneggiatura di Jimmy Sangster dipingono il Barone con eccessi byroniani.

DRACULA di Terence Fisher (Dracula il vampiro, UK, 1958, DCP, 82’) Entra in scena il Dracula quintessenziale del grande schermo: Christopher Lee, minaccioso ed elegante, feroce e seducente. Esplodono i sottintesi sessuali, le donne morse dal Conte diventano più belle e impudiche, il sangue è rosso sui decolletées, la rigida società vittoriana è impotente, finché non arriva lo stregonescienziato Van Helsing (un gelido Cushing). Regia lussureggiante di Fisher per un film all’epoca spudorato e quasi sovversivo, perfetto per la rivoluzione sessuale incombente.

THE REVENGE OF FRANKENSTEIN di Terence Fisher (La vendetta di Frankenstein, UK, 1958, 35mm, 90’) Il secondo dei cinque film dedicati da Fisher alla storia del Barone, e forse il più bello del ciclo. Scampato alla ghigliottina, lo sperimentatore geniale e monomaniaco s’impone come assoluto protagonista, oscuro antieroe che, sotto spoglie umanitarie, non esita davanti ai peggiori crimini, ruba cadaveri, trapianta organi, sostituisce cervelli. Magnifico Cushing nella sua indifferenza davanti alla sofferenza dei suoi esseri “ricostruiti”. Un finale imprevedibile chiude il cerchio creatore-creatura.

THE TINGLER di William Castle (Il mostro di sangue, USA, 1959, DCP, 82’) Un patologo, il dr. Warren, scopre che in ogni essere umano vive un parassita che, quando la persona è in stato di grande paura, cresce a dismisura fino a spezzarne la spina dorsale. Ci si può salvare solo gridando a squarciagola. Un giorno incontra una paziente sordomuta. Perfetto, sardonico e disarmante, Vincent Price nella parte di Warren, che sperimenta anche l’Lsd. Il migliore dei film di Castle, eccentrico producer-director di culto che Joe Dante raccontò in Matinée.

LA MASCHERA DEL DEMONIO di Mario Bava (Italia, 1960, DCP, 87’) Mario Bava esordisce nella regia (e firma anche sceneggiatura, fotografia, effetti speciali e montaggio) con un horror seminale: da Il vij di Gogol’, la storia di una maledizione e di una resurrezione vampirica in un castello della campagna russa. I non morti sono quelli brutali della tradizione mitteleuropea, le streghe vengono giustiziate in piena vista (eccezionale la sequenza d’apertura, con la soggettiva di Asa sul patibolo), la paura ancora oggi ci coglie a ogni angolo. Barbara Steele diventa la Regina dell’horror.

LES YEUX SANS VISAGE di Georges Franju (Occhi senza volto, Francia/Italia, 1960, DCP, 90’) Un eminente chirurgo plastico pratica misteriosi esperimenti in un laboratorio della sua villa; a Parigi la sua assistente avvicina studentesse bionde con gli occhi azzurri, offrendo loro una stanza; una fanciulla esile e triste, con il viso coperto da una maschera, vive all’ultimo piano della villa. Franju dirige Pierre Brasseur e Alida Valli in un capolavoro macabro e malinconico, impastato nel dolore e nella follia dal bianco e nero di Eugen Schüfftan. Omaggio di Pedro Almodovar con La pelle che abito.

PIT AND THE PENDULUM di Roger Corman (Il pozzo e il pendolo, USA, 1961, DCP, 80’) Secondo film di Corman tratto da Poe. Il re degli indipendenti costruisce intorno alla principale suggestione del racconto (il micidiale strumento di tortura e morte dell’Inquisizione) un plot scritto da Richard Matheson: un intrigo di sospetti, gelosia e vendetta guidato dal delirante Nicholas Medina di Vincent Price (l’unico capace di far balenare lo humor insito in Poe). Gli tiene testa Barbara Steele, spregiudicata nobildonna che va e viene dalla tomba. Costato 200.000 dollari, incassò 2 milioni.

THE CURSE OF THE WEREWOLF di Terence Fisher (L’implacabile condanna, UK, 1961, DCP, 93’) Una leggenda spagnola dice che chi nasce il giorno di Natale si trasforma in un licantropo: Leon, figlio di una fanciulla violentata da un povero ergastolano pazzo, è nato proprio quel giorno e combatte il suo gusto del sangue. Il Lupo Mannaro della Hammer è decisamente superiore a quelli interpretati da Lon Chaney jr. per la Universal: a ogni luna piena, Oliver Reed soffre e si dibatte nella sua maledizione, una travagliata figura umana in mezzo ai soprusi e alle violenze dei signori del paese.

THE INNOCENTS di Jack Clayton (Suspense, UK, 1961, DCP, 100’) Miss Giddens arriva in una magione di campagna per prendersi cura di due ragazzini orfani, assunta dal loro zio. Flora e Miles sono strani, forse ancora traumatizzati dal suicidio della governante precedente. O forse la casa ha altri incorporei, pericolosi ospiti; o forse Miss Giddens è una fanatica repressa. Da un grande, ambiguo racconto di Henry James, Il giro di vite, Clayton dirige un classico misterioso e inquietante, fatto di apparizioni improvvise, voci lontane, indizi equivoci, fantasmi veri o immaginati.

L’ORRIBILE SEGRETO DEL DR. HICHCOCK di Riccardo Freda (Italia, 1962, DCP, 88’) Un dottore necrofilo, una prima moglie morta, una seconda assalita da strane visioni. Freda fa un omaggio a Hitchcock (Rebecca, ma anche Il sospetto e il nome storpiato del protagonista) e, con un budget risibile, rielabora gli elementi del gotico: villa isolata, passaggi segreti, tombe violate, un’atmosfera malata e macabra e un’eroina in pericolo che ha il volto e il corpo di Barbara Steele, vera sintesi di amore e morte. La censura s’indignò per la necrofilia e impose tagli alla sceneggiatura.

THE BIRDS di Alfred Hitchcock (Gli uccelli, USA, 1963, DCP, 119’) L’unico horror di Hitchcock, ispirato a un racconto di Daphne Du Maurier e alle invasioni di uccelli marini a Santa Cruz, in California come Bodega Bay (location del film). Hitch tesse intorno a Tippi Hedren una tela di attrazioni, gelosie, conflitti edipici, resi esplosivi dalle aggressioni inspiegabili degli uccelli assassini. Non solo corvi: tutti, anche i passerotti. Crescendo di tensione, uno spettacolare attacco centrale alla tavola calda, la scuola, la cabina telefonica, finale enigmatico. Un volo nella paura.

THE HAUNTING di Robert Wise (Gli invasati, UK, 1963, 35mm, 112’) La casa ha novant’anni e una brutta fama: troppe morti violente hanno segnato la sua storia, troppo stravagante la sua architettura. Non c’è un muro ad angolo retto, non c’è una porta in squadra, fa notare lo studioso del paranormale alle due aiutanti sensitive che lo accompagnano nella sua ricerca. Dal romanzo di Shirley Jackson L’incubo di Hill House, Wise dirige un film che mette i brividi con i suoi suoni, sibili, colpi, prospettive distorte. La casa avvolge i suoi occupanti e partorisce fantasmi.

THE MASQUE OF THE RED DEATH di Roger Corman (La maschera della morte rossa, USA/UK, 1964, 35mm, 89’) Nel Medioevo, una vecchia contadina incontra una figura allampanata con un mantello rosso che le preannuncia la liberazione. Ma arriva la peste, per sfuggire alla quale il crudele signore del luogo, Prospero, si rinchiude nel castello con i suoi ospiti. Dal racconto omonimo e da Hop-Frog di Poe, Corman gira un film claustrofobico e perverso, sostenuto dal sadico cinismo di Vincent Price e dal cromatismo della fotografia di Nicolas Roeg. Da antologia la lunga sequenza del ballo in maschera. ONIBABA di Kaneto Shindo (Onibaba – Le assassine, Giappone, 1964, DCP, 103’) La sensualità dei corpi si fonde con gli orrori della guerra e con il fruscio e i sibili di un avvolgente campo di miscanthus (una graminacea che supera i due metri) nel quale uccidono, s’inseguono, si spiano i protagonisti di questo classico del fantastico giapponese. Un pozzo si riempie di cadaveri, un demone buddista appare tra il fogliame, ma forse più spaventosa di tutto è la “onibaba” (la vecchia strega) che la miseria di una guerra interminabile ha reso feroce e insensibile. Sinistro e tesissimo.

TERROR’S HOUSE OF HORRORS di Freddie Francis (Le cinque chiavi del terrore, UK, 1965, DCP, 98’) Cinque estranei condividono lo scompartimento di un treno con il Dr. Schreck, lettore del futuro con i tarocchi: basta toccarle tre volte e le carte ti dicono cosa ti aspetta. Licantropi, piante assassine, vampiri, voodoo e una mano vendicatrice nel primo film a episodi della fortunata serie Amicus, che mescola orrore e humor. Regia di Freddie Francis, grande direttore della fotografia; nel cast Christopher Lee, Donald Sutherland e, soprattutto, Peter Cushing, un dimesso, diabolico Dr. Schreck.

OPERAZIONE PAURA di Mario Bava (Italia, 1966, DCP, 85’) Un medico va a fare l’autopsia di una ragazza morta misteriosamente in un paesino sovrastato da una villa, forse infestata dal fantasma di una bambina morta: una bambina bionda che gioca con una palla bianca e che appare alle vittime designate. Mario Bava aggira il budget minimo con la sua forza visiva: tra tonalità marce e colori psichedelici, ci precipita in un incubo fatto di zoom e soggettive minacciose, scale a chiocciola e rincorse con se stessi, allucinazioni e deformazioni.

THE PLAGUE OF THE ZOMBIES di John Gilling (La lunga notte dell’orrore, UK/USA, 1966, DCP, 90’) Gli abitanti di un villaggio della Cornovaglia vicino a una miniera di stagno muoiono come mosche. Un medico che si è appena trasferito con la figlia indaga e scopre che quasi tutte le tombe sono vuote. Comincia così il “missing link”: il primo film che aggancia il voodoo dei catatonici zombie haitiani con gli aggressivi proletari non morti post-1970. Tardo Hammer modernissimo, impastato di colori fangosi e macchiato di sangue, che anticipa in più di una scena La notte dei morti viventi di Romero.

THE SORCERERS di Michael Reeves (Il killer di Satana, UK, 1967, DCP, 86’) Il dottor Marcus, un medico ipnotista, ha inventato uno strumento con il quale può controllare gli atti di una persona e viverne le sensazioni. È vecchio, come la moglie Estelle, che lo convince a provare lo strumento sul giovane Mike. Rivivono la velocità, il sesso, il rischio, la violenza. Ed Estelle non è mai sazia. Piccolo cult dove la stregoneria incontra la Swinging London, diretto dal bravo Michael Reeves, con Boris Karloff che cerca di controllare l’avida Catherine Lacey.

ROSEMARY’S BABY di Roman Polanski (USA, 1968, DCP, 137’) Rosemary e Guy trovano casa a New York, in un bel palazzo che ha qualche ombra nel passato e inquilini anziani, amichevoli e invadenti. Presto lei resta incinta e lui trova lavoro. Mia Farrow e John Cassavetes in uno degli incubi distrurbanti di Polanski, dove stregoneria, insicurezza, frustrazione si mescolano e alterano i connotati di un mondo familiare. Il corpo di Rosemary cresce e la casa rivela anfratti e segreti, mentre i vicini e Guy assumono tratti ambigui. Dal romanzo di Ira Levin.

TOBY DAMMIT di Federico Fellini (Francia/Italia, 1968, DCP, 43’) Toby Dammit è un attore inglese alcolizzato che arriva a Roma per interpretare un western cattolico in cambio di una Ferrari. Circondato da giornalisti e produttori, stufo di tutto e sempre in stato alcolico, dice in Tv di credere solo al Diavolo. E ogni tanto vede una bambina con una strana palla. Ispirato a Mai scommettere la testa con il diavolo di Poe e interpretato da un Terence Stamp devastato, un piccolo capolavoro dark di Fellini, dove il mondo del cinema fa più paura di quello dell’incubo.

DR JEKYLL & SISTER HYDE di Roy Ward Baker (Barbara, il mostro di Londra, UK, 1971, DCP, 97’) Alla ricerca di un elisir di lunga vita, il dottor Jekyll si serve di ormoni femminili che ricava dai cadaveri di fanciulle appena morte. Un giorno sperimenta la pozione su se stesso e incontra Mrs Hyde. Trasposizione in chiave bisex del romanzo di Stevenson, con regia avvolgente di Roy Baker e una sceneggiatura impeccabile, che fonde Jekyll con Jack the Ripper e i ladri di cadaveri Burke e Hare. Irresistibile sintesi del gotico vittoriano, dove sensualità e humor si beffano del perbenismo.

GIURIE

TORINO 37: Cristina Comencini (Italia, Presidente) Fabienne Babe (Francia) Bruce McDonald (Canada) Eran Riklis (Israele) Teona Strugar Mitevska (Macedonia)

INTERNAZIONALE.DOC Sara Fattahi (Siria) Vladimir Perisic (Serbia) Erik Negro (Italia)

ITALIANA.DOC Eleonora Mastropietro (Italia) Pippo Mezzapesa (Italia) Annina Wettstein (Svizzera) ITALIANA.CORTI Elia Billoni (Italia) Monica Strambini (Italia) Lucio Villani (Italia)

PREMIO CIPPUTI Altan (Italia) Paolo Mereghetti (Italia) Cosimo Torlo (Italia)

FIPRESCI Francesco Grieco (Italia) Diana Martirosyan (Armenia) Heidi Strobel (Germania)

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IL FESTIVAL RINGRAZIA PER LA COLLABORAZIONE: Centro di Produzione RAI di Torino, Film Commission Torino Piemonte, Archivio Alasca, Giaime Alonge, Marylou Brizio, Massimo Causo, Steve Della Casa, Rodrigo Diaz, Davide Di Giorgio, Mauro Gervasini, Arturo Invernici, Antonio La Grotta, Roberto Manassero, Lorena Militello, Emiliano Morreale, Federico Pedroni, Mariapaola Pierini, Daniela Vincenzi. PER L’OMAGGIO A MARIO SOLDATI SI RINGRAZIA: Rai Movie, Rai Teche, Università degli Studi di Torino. I colleghi del Museo Nazionale del Cinema e dei festival. Un ringraziamento particolare ai volontari del 37 Torino Film Festival e soprattutto al Guest Director del 37 TFF, Carlo Verdone. LA RETROSPETTIVA “SI PUÒ FARE!” È STATA REALIZZATA IN COLLABORAZIONE CON: British Film Institute, Classic Films Distribución, CristaldiFilm, CSC – Cineteca Nazionale, Films sans frontières, Gaumont, Kino Lorber, Park Circus.

Il festival aderisce alla FIAPF e all’AFIC.

TorinoFilmLab (Meeting Event 2019 Torino, 21–23 novembre www.torinofilmlab.it)

Il dodicesimo TorinoFilmLab Meeting Event riunirà dal 21 al 23 novembre 2019 più di 300 professionisti dell’industria cinematografica per la presentazione dei nuovi progetti di film sviluppati all’interno dei due programmi annuali: ScriptLab e FeatureLab. TFL MEETING EVENT 2019 Una guest list composta da produttori, sales agent, distributori, rappresentanti di festival e di film fund di tutto il mondo, sono invitati a scoprire i 31 progetti in fase di sviluppo e/o finanziamento, attraverso due sessioni di pitch seguite da appuntamenti individuali. La line-up include 20 progetti in fase iniziale di sviluppo che hanno partecipato al programma ScriptLab – focalizzato sulla scrittura della sceneggiatura – e 11 progetti di primo e secondo film sviluppati all’interno di FeatureLab con il supporto di trainer esperti in varie aree del filmmaking: dalla scrittura alla produzione, dalla regia alla distribuzione. Oltre a incontrare professionisti interessati a discutere possibili collaborazioni, i team dei progetti concorreranno per i fondi di sostegno alla produzione e alla distribuzione. I premi assegnati ai progetti ScriptLab sono: • Hamilton Behind The Camera Award – Talent for the Future, premio di € 5.000 in collaborazione con il marchio orologiero Hamilton. Oltre al premio, il regista riceverà un orologio con un design ispirato all’arte cinematografica. • ArteKino International Prize, premio di € 6.000 assegnato da ARTE a un progetto ScriptLab o FeatureLab. • CNC Award, sussidio di € 8.000 elargito dal Centre National du Cinéma et de l’Image Animée, a un progetto scelto da una giuria indipendente: Eva Diederix (Wild Bunch – Francia), Lili Hinstin (Locarno Film Festival – Svizzera) e Ryan Kampe (Visit Film – Stati Uniti). • TFL White Mirror, nuovo premio del TorinoFilmLab di € 3.000, creato con l’obiettivo di sostenere progetti il cui racconto intacca in modo personale e coinvolgente temi collegati all’ambiente, la sostenibilità, o i cambiamenti in atto nel mondo di oggi – dalle nuove abitudini di consumo ai diversi e possibili modelli di vita. I progetti FeatureLab concorreranno per: • APostLab Post Production Award, che comprende la partecipazione di un produttore al workshop European Post Production Connection (APostLab) e un totale di € 10.000 in servizi di post-produzione. • Sub-Ti e Sub-Ti Access, che prevede servizi di sottotitolaggio e sottotitolaggio per non udenti. • ArteKino International Prize. • TFL Production e Co-Production Award, assegnati dalla giuria ufficiale del TorinoFilmLab composta da Isabelle Glachant (Chinese Shadows – Hong Kong), Giona Nazzaro (Settimana Internazionale della Critica di Venezia – Italia), Julia Oh (Film4 – Regno Unito), Adina Pintilie (regista, Romania) e Katriel Schory (Consulente senior di coproduzioni internazionali, Israele). La cerimonia di premiazione, prevista per sabato 23 novembre, comprende anche l’assegnazione ufficiale dei fondi di sostegno alla produzione e alla distribuzione di coproduzioni internazionali, creati con il finanziamento del sotto-programma Creative Europe – MEDIA dell’Unione Europea: 3 progetti riceveranno ufficialmente il sostegno del TFL Audience Design Fund, a supporto di strategie promozionali innovative per coproduzioni internazionali, mentre 3 progetti in fase di sviluppo si contenderanno il nuovo TFL World Co-Production Fund, un premio di produzione rivolto a registi esperti. La giuria è composta da Ed Guiney (Element Pictures – Irlanda), Paz Lázaro (Berlinale – Germania) e Carole Scotta (Haut et Court – Francia). In parallelo, il TorinoFilmLab organizza anche TFL Extended – Creative Production: il workshop, rivolto a 14 progetti di lungometraggio e focalizzato sulla scrittura e la produzione, si terrà alla Scuola Holden dal 18 al 24 novembre 2019. Lanciata nel 2018, quest’iniziativa ha lo scopo di allargare il know-how del TFL e quello dei suoi esperti a un numero più ampio di progetti internazionali. Il TFL Meeting Event include anche un focus sulla distribuzione, attraverso la presentazione dei 3 progetti sostenuti con il TFL Audience Design Fund 2019, la sezione work-in-progress TFL Coming Soon e un case study sulla distribuzione internazionale di TEL AVIV ON FIRE di Sameh Zoabi. Infine, il laboratorio aprirà una finestra su importanti tematiche di riflessione della professione attraverso il nuovo evento We Need to Talk About…; e proporrà numerosi momenti di networking con i professionisti riuniti a Torino, inclusi quelli che partecipano alle altre iniziative presenti sul territorio in quei giorni, tra cui il 37 Torino Film Festival e il TFI Torino Film Industry.

TFL FILMS AL 37 TORINO FILM FESTIVAL Ben 7 titoli sostenuti dal laboratorio internazionale saranno presentati al pubblico torinese durante il 37 Torino Film Festival, all’interno della sezione Festa Mobile / TorinoFilmLab:

ABOU LEILA di Amin Sidi-Boumédiène (Algeria/Francia, Semaine de la Critique di Cannes),

ALELÍ di Leticia Jorge Romero (Uruguay/Argentina, Festival Biarritz Amérique Latine),

LITIGANTE di Franco Lolli (Colombia/Francia – Semaine de la Critique di Cannes),

MADE IN BANGLADESH di Rubaiyat Hossain (Francia/Bangladesh/Danimarca/Portogallo – Festival di Toronto),

PORT AUTHORITY di Danielle Lessovitz (Francia/Stati Uniti – Festival di Cannes, Un Certain Regard), THE FEVER di Maya Da-Rin (Brasile/Francia/Germania – Festival di Locarno),

THE PLAY di Alejandro Fernández Almendras (Ripubblica Ceca/Cile/Francia/Corea del Sud – Festival di Valdivia).

Il TorinoFilmLab festeggia quest’anno il traguardo dei 100 film completati, presentati nei maggiori festival mondiali e distribuiti a livello internazionale. I titoli recentemente distribuiti in Italia includono SOLE (Italia/Polonia), film d’esordio del regista italiano Carlo Sironi, presentato in anteprima alla 76a Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, e THE GUEST di Duccio Chiarini (Italia/Svizzera/ Francia), Boccalino d’Oro per il Miglior Film al Festival di Locarno 2018.

Il TorinoFilmLab è promosso dal Museo Nazionale del Cinema, con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, della Regione Piemonte, Città di Torino e il sottoprogramma Creative Europe – MEDIA dell’Unione Europea.

Ufficio stampa: Roberta Canevari | tel. 3356585866 | [email protected]

Torino Film Festival Via Montebello, 15 – 10124 Torino Tel. +39 011 8138825 – 820

http: //www.torinofilmfest.org e-mail: [email protected]

Quanto sopra dalla cartella stampa.

Ci preme aggiungere, nondimeno, che è partito ieri sera, con il taglio del nastro dell’installazione che rimarrà in piazza Castello tutto il prossimo anno, il programma di ‘Torino città del cinema’. L’installazione ‘I volti del cinema’, formata da venti pilastri ricoperti da una lamina inox specchiante – creata da Fargo Film con Museo Nazionale del Cinema e Film Commission – richiama le scenografie dei vecchi film con “venti attori per venti pellicole piú 1”, e questo ‘1’ è il visitatore. Un sistema di casse audio nascoste all’interno dei pilastri e attivate dal passaggio delle persone, riproduce i brani piú famosi delle colonne sonore dei film. L’inaugurazione è stata ulteriormente allietata dal concerto “Prendete il posto. Inizia il film” dell’Orchestra del Teatro Regio, diretta dal M° Alessandro Molinari che ha eseguito venti scritte da venti autori italiani di musiche per film, accompagnate da una proiezione video realizzata dal Museo del Cinema.

 

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