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garibaldi

Secondo alcune teorie pedagogiche moderne, la storia dovrebbe essere insegnata ai pargoli con espedienti didattici da scuola materna e con tempistiche rallentate.
La mia maestra, invece, la trattava in modo tradizionale, ligia all’assunto secondo il quale “I vecchi sistemi sono sempre i migliori!”
Il prossimo 4 luglio sarà il bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi ed il pensiero corre veloce proprio alla maestra, a quelle pagine di sussidiario e a quei lunghi dettati che la memoria non cancella.
Il cognome Garibaldi portava già in sé, etimologicamente, l’impronta del destino, perché in longobardo Gaira significa “giavellotto” e Bald significa “prode”: dunque, “colui che è prode ad usare il giavellotto”, “colui che si distingue in battaglia”.
Nel Mahabaratha, poema epico – filosofico indiano, il dio Vishnu, incarnato in forma di scudiero ricorda al suo cavaliere che appartiene ad una casta destinata a combattere, che tale è il suo destino.
È grazie a Giuseppe Garibaldi se l’Italia è una, anche se i Savoia strumentalizzarono tutto e resero l’Italia meridionale un semplice bacino di braccia da adibire all’agricoltura o al servizio militare, terra da sfruttare e da lasciare al suo destino, senza la minima preoccupazione dei suoi problemi e delle sue esigenze.
Né sapeva, il condottiero, che il re Vittorio Emanuele II sarebbe arrivato a sciogliere l’esercito meridionale, invece di accorparlo alle milizie regolari sabaude. O che Cavour avrebbe regalato alla Francia Nizza, sua città natia.
Chissà, forse non poteva immaginarlo…

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