A seguito di alcune recenti, poco efficaci, trumpiane dichiarazioni*, è sembrato necessario riflettere su quali siano i rapporti e le effettive interdipendenze tra la cinematografia statunitense e le altre.
Alcune trumpiane istanze sono state bocciate già in patria.
Robert (Bob per gli amici) Salladay, senior advisor per la comunicazione del governatore della California Gavin Newsom, intervistato da Deadline, ha dichiarato:
“Riteniamo che il presidente Donald Trump non abbia l’autorità di imporre dazi ai sensi dell’International Economic Emergency Powers Act, poiché i dazi non sono elencati come rimedio in tale legge”.
La California è il primo Stato ad aver fatto causa alla Casa Bianca contro i dazi, e l’idea di imporli su Hollywood potrebbe dare il via a una nuova azione legale.
Da questo lato dell’Atlantico, Manuela Cacciamani, amministratore delegato di Cinecittà, facendosi portavoce dell’intero CdA di via Tuscolana e del nostro cinema, ha dichiarato:
“Come tutte le realtà industriali guardiamo con la massima attenzione ai movimenti di un mercato importante come quello statunitense. Siamo convinti che soprattutto nell’industria culturale, e l’audiovisivo e il cinema ne sono una punta, gli scambi tra Paesi debbano essere il più possibile reciproci e circolari. Sappiamo quanto le produzioni americane beneficino dei nostri incentivi fiscali, e ancor più di quell’ecosistema di bellezze, clima, location, cultura, stile, per cui da sempre hanno scelto l’Italia cercando qualità che non si trovano in altri luoghi. E sappiamo quanto conta un dialogo aperto tra industrie, e lo scambio di prodotto culturale. L’auspicio è che due storiche potenze del cinema mondiale come quella americana e italiana, che devono tanto l’una all’altra, continuino a cooperare per l’arricchimento economico e culturale degli spettatori del mondo”.
Oltre a Christopher Nolan e alla sua ‘‘Odissey’, in Italia sono in questo momento operativi trenta set internazionali. Ci sono, tra gli altri, Ridley Scott per ‘The Dog Stars’ e, oltre a lui, una produzione tedesca, una francese, una rumena.
Sabina di Marco, segretaria nazionale della Slc Cgil, ha commentato:
“resta il fatto che questo dibattito è surreale e imbarazzante: non solo l’idea dei dazi è antieconomica ma è la negazione stessa dell’idea della cultura che è senza confini, transnazionale”.
Che oltre il 50% degli incassi delle nostre sale sia appannaggio del cinema americano è, peraltro, innegabile.
Stando all’ultimo bilancio Cinetel, le produzioni americane hanno raccolto in Italia, nel solo 2024, 268 milioni di euro, il 54,2% degli incassi, e raggiunto i 36,4 milioni di spettatori, il 52,3% del totale.
*“Autorizzo il Dipartimento del Commercio e il Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti ad avviare immediatamente il processo per l’istituzione di una tariffa del 100% su tutti i film che arrivano nel nostro Paese e che sono prodotti in paesi stranieri. Vogliamo film realizzati in America, di nuovo! L’industria cinematografica americana sta morendo molto velocemente. Altri Paesi stanno offrendo ogni sorta d’incentivi per attirare i nostri registi e studi cinematografici lontano dagli Stati Uniti. Hollywood e molte altre aree degli Usa sono devastate. Questo è uno sforzo concertato da parte di altre nazioni e, quindi, una minaccia per la sicurezza nazionale. È, oltre a tutto il resto, un messaggio e una propaganda!”
(Donald Trump, presidente degli Stati Uniti d’America, su ‘Truth’)