attualità del mito (13)

post scritto in collaborazione con la dea Athena. O chi per Lei.

«Bisogna immaginare Sisifo felice»
(Albert Camus)

«Forse c’è una scorciatoia per chi è piú impaziente
ma non si sa poi dove va…
»
(Alessandra Valeri Manera)

L’antico mito di Sisifo è stato utilizzato nel film ‘Coyote vs ACME’, diretto da Dave Green.
Pellicola tra le piú simpatiche, arriva a trattare di un intero… “progetto Sisifo”

Il film Coyote vs ACME è basato sull’omonimo articolo di Ian Frazier pubblicato su The New Yorker nel 1990, a sua volta basato sul personaggio di Willy il Coyote (Wile E. Coyote) e sulla ACME Corporation dei cartoni animati Looney Tunes e Merrie Melodies.

Il montatore Carsten Kurpanek ha descritto la storia del film come una:

«storia di David contro Golia che affronta la persistenza di Wile E. Coyote di fronte alla crudeltà cinica e disinvolta del capitalismo e dell’avidità aziendale della ACME Corporation.»

Chi ancora rimuginasse le categorie liceali del pensiero greco scomoderebbe forse anche il pathein mathein, l’apprendimento che deriva dal dolore.

Non è del film sul Coyote, tuttavia, che si vuol trattare in questa sede.

Si parlerà del mito di Sisifo, muovendo dall’antica Grecia ai giorni nostri.

Chi era Sisifo?

Sisifo era re di Corinto. Secondo una versione era lui, non Autolico, il nonno biologico di Ulisse. Era padre di Glauco, nondimeno, e nonno di Bellerofonte.

Non è per questi motivi, tuttavia, che è passato alla storia, o entrato nel mito.

È celebre per essere stato il piú scaltro dei mortali, capace di beffare gli dei per ben due volte.

Ancor prima di questo, aveva rivelato al dio fiume Asopo che Zeus gli aveva rapito la figlia.

I meriti, pardon, gli inganni che piú lo glorificarono furono due:

  1. L’inganno a Thanatos: quando la Morte venne per incatenarlo, Sisifo la convinse a mostrargli il funzionamento delle manette su se stessa, riuscendo a imprigionarla. Risultato? Sulla Terra nessuno moriva piú, sinché Ares, dio del furore bellico, non intervenne a liberare Thanatos.
  2. Il patto con Hades e/o Persefone: in punto di morte, ordinò alla moglie Merope di non seppellirlo né di celebrargli il funerale.
    Giunto agl’Inferi, ottenne da Persefone un “permesso temporaneo” per tornare tra i vivi e punire la presunta empietà della moglie, rifiutandosi poi di fare ritorno fino alla tarda età.

La condanna degli dèi fu esemplare: da allora, Sisifo deve spingere un enorme masso fino alla cima di una collina. Tale masso, una volta in cima, rotola nuovamente a valle, costringendolo a ripetere l’operazione.

Il supplizio di Sisifo è il prototipo della punizione eterna (insieme a quelle di Tantalo, Issione e Tizio nel Tartaro), che mai potrà essere revocata.

  • Nessun perdono divino: Sisifo ha osato sfidare e imprigionare la Morte (Thanatos) e ha rivelato i segreti degli dèi. Per i Greci, l’arroganza verso il divino (hybris) non prevedeva amnistia.
  • L’eterno presente del Tartaro: nel regno dei morti il tempo lineare scompare; esiste solo la ripetizione immutabile ed eterna dell’atto.
  • L’assenza di uno scopo: la punizione divina non mira alla riabilitazione, ma al tormento della consapevolezza dell’inutilità del proprio sforzo.

Sisifo nella storia

La storia di Sisifo sembra rappresentare una domanda precisa:

che cosa significa continuare a fare qualcosa quando sappiamo che il nostro sforzo non produrrà mai il risultato definitivo che ci aspettiamo?

Prima del masso

Nell’Iliade, come abbiamo già detto, Sisifo è il padre di Glauco ed il nonno di Bellerofonte; è definito il piú astuto degli uomini.
Nell’Odissea, Ulisse lo incontra nell’oltretomba e lo vede ormai impegnato nella sua pena eterna: spinge il grande masso verso l’alto ma, ogni volta, appena prima di raggiungere la vetta, quello ricade verso la pianura.

Questa differenza è fondamentale.

Il primissimo Sisifo non è semplicemente un uomo che ha commesso un peccato ed è stato punito: è un uomo che possiede un’intelligenza straordinaria e che cerca continuamente di utilizzarla contro i limiti imposti agli esseri umani.

In altre parole, il suo delitto fondamentale non sembra essere semplicemente quello di aver fatto qualcosa di moralmente riprovevole: è l’aver tentato di oltrepassare i limiti stessi della condizione umana.

Il dato essenziale non è tanto il motivo della condanna quanto la sua struttura: Sisifo è costretto a compiere per sempre un’azione che non può essere portata a compimento.

È una pena particolarmente raffinata perché non consiste semplicemente nel dolore. Il dolore potrebbe essere sopportato, e persino una tortura potrebbe avere una fine. La pena di Sisifo consiste invece nell’assenza di fine.

La sua sofferenza nasce dalla combinazione di tre elementi:

  1. lo sforzo è reale;
  2. il risultato è continuamente raggiunto e continuamente perduto;
  3. il ciclo non può essere interrotto.

La tragedia non è quindi che Sisifo non riesca mai a spingere la pietra verso l’alto.
In un certo senso ci riesce ogni volta.
La tragedia è che ogni successo contiene già il proprio fallimento.

La scena è talmente potente da diventare immediatamente una delle immagini fondamentali dell’oltretomba greco.

Sisifo: la tragedia rappresentata

Nel V secolo a.C. il mito di Sisifo entra nel teatro.

Di alcune tragedie e drammi satireschi dedicati a Sisifo possediamo soltanto frammenti e testimonianze: Eschilo scrisse opere intitolate Sisifo, Sofocle sembra aver composto anch’egli un Sisifo, ed esiste un Sisifo attribuito a Euripide.
La tradizione antica conserva inoltre il celebre frammento noto come Sisifo, la cui attribuzione a Crizia o a Euripide è ancora discussa.

Nel frammento, Sisifo viene associato a una concezione radicalmente razionalistica dell’origine della religione. Gli dèi possono essere interpretati come un’invenzione umana destinata a impedire che gli uomini commettano ingiustizie quando nessuno li vede.

Lucrezio: la pietra diventa ambizione

Nel terzo libro del De rerum natura, Lucrezio riprende Sisifo e ne fa un’allegoria dell’ambizione politica. Il dannato dell’Ade non è piú soltanto un morto che sconta una pena nell’aldilà:

è l’immagine dell’uomo vivo che passa l’intera esistenza a inseguire il potere.

Il politico che vuole diventare piú potente spinge la propria pietra. Quando raggiunge una posizione, ne vuole una piúalta; quando conquista una carica, ne desidera un’altra; quando raggiunge la ricchezza, vuole maggiore ricchezza.

La pietra è dunque l’ambizione.

E la sua caratteristica fondamentale è che non può mai soddisfare definitivamente colui che la spinge.

Lucrezio introduce così una delle interpretazioni destinate ad avere maggiore fortuna nella storia occidentale: Sisifo rappresenta il desiderio umano che si alimenta del proprio stesso fallimento.

In questa prospettiva, Sisifo non è piú semplicemente un uomo punito dagli dèi: è l’uomo che si punisce da solo attraverso ciò che desidera.

Virgilio, Ovidio e la fissazione iconografica del dannato

Virgilio colloca Sisifo nel mondo infernale dell’Eneide, mentre Ovidio lo inserisce nelle Metamorfosi e contribuisce alla sua diffusione nella cultura letteraria europea.

La scena diventa ormai canonica: Sisifo, la pietra, la salita, il fallimento.

Accanto a lui compaiono gli altri grandi dannati della mitologia: Tantalo, che non riesce a raggiungere l’acqua ed il cibo che ha davanti; Tizio, divorato eternamente; Issione, legato alla ruota.

Questi personaggi costituiscono una sorta di grammatica del castigo mitologico: ciascuno è condannato a ripetere eternamente ciò che desidera o ciò che non riesce a compiere.

Dal mito all’allegoria: il Medioevo

Con il cristianesimo gli dèi pagani diventano spesso figure allegoriche, e le loro storie vengono lette come rappresentazioni di vizi, errori, passioni e illusioni umane.

Nel Ovide moralisé, grande rielaborazione allegorica medievale delle Metamorfosi composta nel XIV secolo, la fatica di Sisifo viene interpretata come immagine dell’uomo ambizioso che desidera la gloria terrena ma non riesce mai a possederla veramente. Il suo lavoro incessante diventa la rappresentazione della vanità dei desideri umani.

Il movimento è ormai chiarissimo:

la pietra non è piú soltanto una pietra.

È la gloria.

È il potere.

È la ricchezza.

È la fama.

È il desiderio del mondo.

Il Seicento: Sisifo e l’etica della fatica

Nel Barocco la figura assume tonalità ancora piú drammatiche.

La pittura di Jusepe de Ribera e quella di altri artisti seicenteschi insistono sulla fisicità della pena, sulla deformazione dei corpi, sulla carne sottoposta a uno sforzo disumano.

Sisifo diventa allora una figura perfetta per una cultura affascinata dal contrasto fra grandezza e caduta, ambizione e rovina, potenza del corpo e impotenza dell’uomo.

Il suo paradosso è barocco: un uomo potentissimo nello sforzo e assolutamente impotente nel risultato.

La forza non basta.

La volontà non basta.

La perseveranza non basta.

La pietra ricadrà.

La modernità: dalla colpa al problema dell’esistenza

Tra Settecento e Ottocento cambia progressivamente il modo di guardare al mito.

La questione non è più soltanto:

“Perché gli dèi puniscono Sisifo?”

Diventa:

“Perché l’uomo continua a spingere?”

È una domanda radicalmente moderna.

L’attenzione si sposta dalla giustizia divina all’esperienza soggettiva del condannato.

Che cosa significa sapere che il proprio sforzo è destinato a fallire?

Che cosa significa continuare comunque?

La montagna può essere una fabbrica.

La pietra può essere un compito.

L’eternità può essere la giornata lavorativa che ricomincia ogni mattina.

Schopenhauer: il desiderio come condanna

Anche Schopenhauer offre una prospettiva fondamentale.

Per lui l’uomo è sospinto continuamente dal desiderio: desidera ciò che non possiede, soffre finché non lo ottiene e, una volta ottenuto, ricade nell’insoddisfazione o nella noia.

La struttura è sorprendentemente sisifea:

mancanza → desiderio → sforzo → raggiungimento → nuova mancanza.

Il problema non è più la punizione inflitta da un dio.

È la struttura stessa della volontà.

La pietra non deve necessariamente essere una montagna reale: può essere il desiderio che produce continuamente nuovi desideri.

Sisifo diventa così un’immagine dell’uomo moderno che non ha bisogno di un inferno soprannaturale, perché porta il proprio inferno dentro il meccanismo incessante del volere.

Nietzsche: l’eterno ritorno

Friedrich Nietzsche non scrive una filosofia di Sisifo, ma la sua idea dell’eterno ritorno costituisce uno dei grandi antecedenti della lettura moderna del mito.

La domanda nietzscheana può essere formulata cosí:

se dovessi vivere la tua stessa vita ancora e ancora, infinite volte, ameresti abbastanza la tua esistenza da poterla affermare?

Qui la somiglianza con Sisifo è evidente.

Non si tratta semplicemente di sopportare la ripetizione.

Si tratta di chiedersi se sia possibile dire sí alla ripetizione.

Il problema si sposta quindi dalla rassegnazione all’affermazione.

Sisifo può essere immaginato come l’uomo che non ha piú la possibilità di cambiare il proprio destino e deve decidere quale rapporto instaurare con esso.

Questa è una delle strade che porteranno, nel Novecento, a Camus.

Kafka e Beckett: l’universo senza risposta

Nel Novecento la situazione diventa ancora più radicale.

In Kafka l’uomo si trova spesso davanti a un sistema che non riesce a comprendere: cerca una spiegazione, una porta, un’autorità, una legge, ma non arriva mai a una conclusione.

Con Samuel Beckett la struttura sisifea diventa addirittura forma teatrale.

In Waiting for Godot, Vladimir ed Estragon aspettano qualcuno che non arriva.

Parlano, discutono, si allontanano, ritornano, decidono di andarsene e non se ne vanno.

Il giorno successivo, tutto ricomincia.

Non c’è necessariamente una pietra.

Ma c’è la ripetizione senza conclusione.

Sisifo ha quindi compiuto un’altra metamorfosi: la montagna non è più un luogo. È diventata la struttura stessa del tempo.

Camus: il momento decisivo

Nel 1942 Albert Camus pubblica Le Mythe de Sisyphe. Essai sur l’absurde.

Qui il mito cambia definitivamente statuto.

Camus non vuole semplicemente raccontare la condizione di Sisifo.

Vuole utilizzare Sisifo per affrontare quella che considera la questione filosofica fondamentale:

se la vita non possiede un significato ultimo garantito da Dio o dalla struttura dell’universo, perché continuare a vivere?

L’assurdo nasce precisamente dalla collisione fra due elementi:

da una parte, il bisogno umano di trovare senso, ordine, unità e spiegazione;

dall’altra, il silenzio del mondo.

L’uomo domanda.

L’universo non risponde.

È in questa distanza che nasce l’Assurdo.

Camus rifiuta però la conclusione secondo cui l’Assurdo dovrebbe condurre al suicidio.

Al contrario, la coscienza dell’Assurdo può condurre alla rivolta.

Il mito di Sisifo fu pubblicato nel 1942 e costituisce il nucleo della riflessione camusiana sull’Assurdo e sulla risposta umana ad esso.

Ed è qui che la vecchia storia assume un significato completamente nuovo.

Secondo Camus, Sisifo sa.

Questa è la differenza decisiva.

Il Sisifo di Camus non è semplicemente condannato a spingere la pietra: è consapevole della propria condizione.

Il momento piú importante: la discesa

Paradossalmente, il momento piú importante non è la salita.

È la discesa.

Quando la pietra è ricaduta, Sisifo deve tornare verso il basso per recuperarla.

È lí, secondo Camus, che egli diventa veramente cosciente della propria condizione.

La salita è lavoro.

La discesa è coscienza.

Se il destino non può essere cambiato, può essere cambiato il rapporto con il destino.

Il dio che ha condannato Sisifo può controllare la pietra.

Può controllare la montagna.

Può controllare il numero infinito delle salite.

Ma non può controllare completamente la coscienza di Sisifo.

La condanna diventa così, paradossalmente, il luogo in cui può nascere la Libertà.

“Bisogna immaginare Sisifo felice”

È questa la celeberrima conclusione di Camus.

Non significa che Sisifo sia felice nel senso ordinario del termine.

Non significa che gli piaccia soffrire.

E non significa neppure che la vita sia improvvisamente diventata dotata di un senso trascendente.

Significa qualcosa di piú radicale:

Sisifo non ha bisogno di vincere la montagna per poter affermare la propria esistenza.

La pietra ricadrà.

La salita ricomincerà.

Non c’è una vittoria finale.

Ma proprio per questo la vittoria non può piú consistere nell’arrivare.

Consiste nel continuare.

Camus trasforma quindi completamente il significato della pena:

la consapevolezza può diventare Libertà.

Sisifo
Sisifo

Author: Pasquale Curatola

Pasquale Curatola holds degrees in Advertising studies and International Communication, alongside Master's degrees in Marketing & Brand Communication, Film & TV management, and Animated Films management. He has also trained in acting, participating in several workshops. As a manager, his 1st professional experience dates back to 1999 (Carat), though he likes to begin by telling of a letter he wrote at the age of 14 to Mediaset, offering his own strategic advice on schedules and programming. In 2003, he joined Cinecittà Entertainment, a company closely related to Cinecittà Studios and Italian Dreams Factory, where he contributed to the realization of several events and shows broadcast by SKY Italia and other channels, including Sinners, Non aprite quella porta, and Sulle rotte del cinema. In 2006, he worked on 'Santa Caterina', an animated short created by Mondo TV as a project work, and was involved in organizing I castelli animati as well as in the start-up phase of La città dell'animazione. That same year, he also launched his activity as a blogger (Pasquale Curatola's Blog) and author, with works spanning from essays and non-fiction to fantasy and comedy-thrillers (attività letteraria). His career also includes collaborations with news outlets and live shows for private channels, alongside PR experiences for high-profile clients such as AC Milan, Bank of New York, and Orange Business Services. He is a dedicated blood and organ donor.

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