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il passo dell’elefante

Leggo su Repubblica e rileggo su Repubblica.it che “il gruppo indiano Reliance di Mumbai è pronto a staccare un assegno da almeno 500 milioni di dollari per diventare azionista della casa cinematografica DreamWorks, guidata dal regista-produttore Steven Spielberg.

A suo tempo anche questo blog si era occupato del crescente (ma preoccupante già adesso) potere di Cindia sull’economia mondiale, pur in un contesto d’amplissimo respiro e senza particolari ambizioni.

L’economia mondiale dell’entertainment ha imparato da molto tempo le potenzialità della relocation.

Chi si occupa di cartoni animati sa perfettamente che, nella stragrande maggioranza dei casi, gli aspetti relativi alla realizzazione delle animazioni vengono curati in Cina, Corea, comunque Asia, per il basso costo delle maestranze.  

Lo si fa anche per il cinema dal vero, se non altro per le location.

Evidentemente questa furbizia occidentale ha generato effetti imprevisti. Si è creata anche una furbizia orientale, degli attori asiatici che hanno “alzato la cresta”, capito che è possibile fare affari d’oro non solo lavorando per l’Occidente, ma anche provando a invaderlo…


com'è piccolo il mondo!

Ho ricavato dall’ultimo numero di Panorama, a data 5 maggio 2007, due spunti decisamente interessanti:

Spunto n°1

In un servizio su chi si mette in proprio, viene raccontata la storia di Ivana Marangoni, 52 anni, simpaticissima manager milanese, che ha aperto in proprio una società di catering.

Io la Marangoni, pubblicitaria e moglie di pubblicitario, l’ho conosciuta molti anni fa, quando ero in Carat.

Di lei si raccontava che avesse cominciato la carriera in Mc Cann Erickson, dove lavorava anche il marito creativo (con riguardo alle attività di una centrale media, lei affettuosamente diceva “Io ho un marito che fa il creativo, di queste cose non capisce assolutamente niente!”).

Dopo la scissione istituzionale tra creatività e media planning, era passata in Carat, dove era Media Director, con in più il gravoso ma gratificante fardello della gestione e della selezione delle risorse umane.

Ora una nuova sfida. Le facciamo i migliori auguri.

Spunto n°2

Sergio Romano, in un pezzo intitolato “Perché la Russia ha paura?”, si chiede “per quale motivo il presidente russo Putin abbia deciso di minacciare la sospensione di un trattato sugli armamenti convenzionali firmato nel 1990 e aggiornato nel 1999 (…) Le due rivoluzioni colorate degli scorsi anni a Tbilisi e a Kiev sono parse a Mosca il prodotto di un piano predisposto da alcune grandi istituzioni occidentali (la Fondazione Soros per esempio) e da associazioni non governative che godevano del sostegno finanziario degli Stati uniti”. Gli americani hanno installato posizioni antimissilistiche in Polonia e una stazione radar d’appoggio nella Repubblica Ceca. Per non parlare della loro presenza, in vero un po’apprensiva, in Asia e Medio Oriente.

Conclude il Romano: “Questo non significa che gli europei debbano accettare docilmente la politica energetica di Mosca o smetterla di ricordare ai russi che non potrà esservi un vero partenariato tra UE e Russia sino a quando Putin continuerà a pensare che ogni dimostrazione popolare contro il governo sia un attentato alla sicurezza dello Stato. Ma dovrebbero far sapere a Washington e a Mosca, contemporaneamente, che la politica di Gorge W. Bush non è quella dell’Europa. Sarebbe il modo migliore per evitare che si continui a parlare di guerra fredda”.

La mia idea, anche se c’entra col contesto fino a un certo punto, è che ci convenga proprio tenercela buona, la Russia. Anche per i motivi che vado ora a esporre.

Cindia (Cina + India, neologismo aberrante, invalso però nell’uso) c’è cresciuta davanti senza che ne accorgessimo.

Ben provvida era stata la prof di storia del liceo, a metterci in guardia contro una prospettiva troppo eurocentrica delle vicende umane. Se gli Unni avevano invaso Roma, era perché già in Asia si erano verificati problemi particolari, carestie e migrazioni.

Ma, a dispetto dei nobili sforzi della docente, la vecchia Europa, il più prestigioso dei continenti, si è destata all’improvviso, repentinamente, e si è sentita sul collo il fiato di un imponente dragone e di un temibile, per non dire temibilissimo, elefante.

Quando ho proposto a Fioroni lo studio del cinese (o di altre lingue orientali) alle superiori, come si fa in Francia, mi ha risposto che la priorità ministeriale va alle lingue europee, ma iniziative in tal senso possono essere prese dai presidi, eventualmente appoggiati dal consiglio d’istituto.

A prescindere dal dato linguistico, l’avanzata di Cindia non sfugge proprio a nessuno.

Quello che sfugge è il perché non si senta impellente la necessità di allargare l’Unione europea alle repubbliche dell’ex Unione sovietica, ancora prima che a Turchia o Israele.

Alla luce di quanto fin qui sciorinato, cosa succederebbe se le repubbliche dell’ex URSS preferissero l’Asia? E si alleassero con Cindia, magari unificando le monete?

Tenersi buone Russia & Co., in considerazione delle loro potenzialità e della vastità dei loro territori, è a mio avviso l’unico stratagemma per non diventare entro poco tempo un semplice protettorato di elefanti e dragoni. Facendo la fine del coniglio.


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