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Ipazia, questa sconosciuta

Mercoledí scorso, piuttosto che taluni spettacoli vuoti e illusori, è stata l’offerta di Rai 4 a ottenere la mia attenzione, con il film ‘Agora’, di Alejandro Amenábar. Pellicola tra le piú commoventi, Agora è basato sull’interessante storia di Ipazia d’Alessandria, sorta di Margherita Hack del mondo antico che il sottoscritto si è visto costretto ad approfondire in età ormai avanzata, nonostante un corso sulle scienze nell’età ellenistica fatto in sede liceale in maniera piú che decorosa. Martire della libertà di pensiero, fu matematica, astronoma e filosofa; visse nel IV secolo dopo Cristo e fu uccisa in modo a dir poco barbaro da una folla di cristiani, forse monaci, fanatici e superstiziosi.Ipazia d'Alessandria

Figlia e discepola del matematico e astronomo Teone, «divenne migliore del maestro, particolarmente nell’astronomia» nonché «ella stessa maestra di molti nelle scienze matematiche» (Filostorgio); Damascio aggiunge che «fu di natura piú nobile del padre, non si accontentò del sapere che viene dalle scienze matematiche alle quali lui l’aveva introdotta, ma non senza altezza d’animo si dedicò anche alle altre scienze filosofiche». Avrebbe potuto tranquillamente succedere al padre nell’insegnamento al Museo d’Alessandria (o in ciò che ne era rimasto) e aveva al suo attivo pubblicazioni quali un commentario a un’opera di Diofanto di Alessandria, che dovrebbe essere, secondo gli interpreti, l’Arithmetica, e un commentario alle Coniche di Apollonio di Perga (forse anche un’opera originale sull’astronomia, un Canone astronomico). Le sue opere, con le quali sicuramente avrebbe potuto postulare un dottorato di ricerca in una buona università italiana, purtroppo non ci sono pervenute; il discepolo Sinesio racconta che astronomi del calibro di Tolomeo, Ipparco e successori «lavorarono su mere ipotesi, perché le piú importanti questioni non erano state ancora risolte e la geometria era ancora ai suoi primi vagiti», mentre, grazie a Ipazia, era stato possibile «perfezionarne l’elaborazione». L’esempio di tale perfezione sarebbe l’astrolabio, strumento che Ipparco aveva solo intuito come “orologio notturno”, che gli arabi avrebbero usato in modo assiduo per la navigazione e che Sinesio riuscí a costruire proprio in virtú degli insegnamenti ricevuti da Ipazia. Parimenti, venne costruito l’“idroscopio”, un tubo cilindrico che, immerso in acqua, rimaneva verticale e consentiva la misurazione del peso dei liquidi grazie a degli intagli praticati sulla sua superficie. Dal punto di vista squisitamente filosofico, sembra che l’argomento apicale nell’insegnamento di Ipazia fosse il neoplatonico Porfirio, Giamblico in seconda battuta. Secondo quanto raccontato da Sinesio, la donna insegnava ai discepoli che la filosofia «è uno stile di vita, una costante, religiosa e disciplinata ricerca della verità». 

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