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feste annullate, scioperi confermati…

La sperata e programmata Festa del Cinema Italiano, che avrebbe dovuto aver luogo da quest’oggi, 11 giugno, fino al 17, con riduzione del prezzo del biglietto a 3 euro per qualsiasi film, non prenderà il via. Il presidente dell’Anec, Lionello Cerri, ha dichiarato:

 “Purtroppo per quest’anno non è stato possibile organizzare la Festa del Cinema Italiano (…) L’iniziativa aveva l’obiettivo di tenere alta l’attenzione del pubblico in un mese caratterizzato da un numero insoddisfacente di prime visioni di richiamo, dando contemporaneamente la dovuta attenzione alla produzione nazionale della stagione, caratterizzata da buoni risultati in termini di visibilità festivaliera e di premi di prestigio, come il recentissimo Grand Prix della Giuria assegnato a Cannes al film ‘Le meraviglie’  di Alice Rohrwacher. La carenza di risorse adeguate per una promozione efficace e le scarse garanzie di un listino di film, già programmati nel corso della stagione, a condizioni di noleggio adeguate, rendono poco affidabile l’impianto dell’evento e ci hanno costretti a rinunciare all’iniziativa. Continuiamo a credere fermamente nell’opportunità di eventi come questo e come la recente Festa del Cinema e proseguiremo a lavorare alle prossime promozioni nazionali di natura interassociativa con l’obiettivo che si verifichino congrue condizioni di promozione, di finanziamento e di contenuti per il pubblico che ne garantiscano l’efficacia”.

Le brutte notizie non si limitano alle sale cinematografiche, purtroppo; oggi i dipendenti della Rai, Radio Televisione italiana, ad eccezione di coloro che fanno capo ai sindacati Usigrai e CISL (rimangono Slc CGIL, Uilcom UIL, Ugl Telecomunicazioni, Snater, Libersind Conf Sal), incroceranno le braccia per protestare contro i tagli da 150 milioni di euro voluti dal governo Renzi nel decreto Irpef, peraltro contestualmente alla (s)vendita di RaiWay, la società che gestisce e possiede le infrastrutture e gli impianti di trasmissione della Concessionaria di Stato per l’esercizio radio televisivo. Domani si deciderà anche e presentare un vero e proprio ricorso formale, in un contesto che diventa sempre meno roseo e sembra dare adito a licenziamenti e tagli strutturali, come lasciato intendere dalle dichiarazioni del direttore generale Luigi Gubitosi:

“Il Piano industriale, già approvato per gli esercizi 2013-2015, alla luce delle disposizioni del decreto Irpef, non è piú sostenibile (…) La relativa revisione non potrà prescindere da una ridefinizione del perimetro del Gruppo anche in termini di offerta/attività. Occorrerà parallelamente ridefinire i livelli occupazionali compatibili con il nuovo perimetro. Esiste evidentemente una difficoltà nell’individuazione delle aree del perimetro da ridurre. Penso, ad esempio, che il ridimensionamento degli investimenti in cinema e fiction potrebbe produrre rilevanti criticità. Sono critici anche altri interventi come la chiusura di un centro di produzione”.


Il sindacato Slc – CGIL, in particolare, ha coniato lo slogan «Per non spegnere il servizio pubblico, accendiamo le piazze» e sta raccogliendo in una pagina Facebook dedicata le fotografie dei lavoratori che dichiarano, cartello in mano, “io sciopero perché” o semplicemente esibiscono la busta paga, migliorata o meno in modo trascendentale dagli 80 euro. Va detto che, in ogni caso, anche i sindacati che non partecipano oggi allo sciopero, intendono manifestare dissenso verso le politiche “di corto respiro” che minacciano viale Mazzini, sceglieranno forme diverse d’espressione (è previsto anche un altro sciopero, il 19 di giugno).

Quanto alla politica, il viceministro dello Sviluppo Economico Antonello Giacomelli sarà ascoltato dalla Commissione di vigilanza Rai il prossimo 18 giugno e, insieme al sottosegretario Luca Lotti, relazionerà sulla riforma complessiva del sistema della comunicazione a luglio, agli Stati generali dell’editoria. Il presidente della Commissione di Vigilanza Rai, quel figo di Roberto Fico, si è detto solidale con le motivazioni dello sciopero e, intervistato da il Fatto Quotidiano, si è cosí spiegato:

“Quando abbiamo sentito da Gubitosi il Piano Industriale 2013-2015, non c’era alcuna ipotesi di cessione di quote di Rai Way e quelle era la visione strategica del dg fino al 2015 (…)  Vendere parte di Rai Way è la soluzione peggiore che il governo potesse suggerire. (…) Meglio un progetto almeno triennale: la Rai deve cambiare, si deve trasformare e deve anche risparmiare. Anzitutto dobbiamo assolutamente ridurre gli appalti esterni e tornare a valorizzare le risorse interne.

Intervistato anche da Radio 24, il pentastellato ha aggiunto:

“Difendo lo sciopero della Rai nella parte in cui vuole difendere l’infrastruttura pubblica RaiWay. (…) La Rai comunque va assolutamente riformata. Va trasformata, deve cambiare il numero di testate giornalistiche perché sono troppe, bisogna rivedere la forma governance, si devono ridurre gli appalti esterni che oggi ammontano a 1,3-1,4 miliardi l’anno, bisogna riorganizzare le sedi regionali e il personale interno. Ma dietro i 150 milioni di euro non c’è una revisione della spesa ma una svendita del bene pubblico”.

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