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la follia di Erisittone

Quando l’uomo danneggia la natura fa del male a se stesso ed il mito di Erisittone (Ἐρυσίχθων, Erysíchthōn) lo dimostra con rara efficacia.
Gli Antichi sapevano tutto, d’altra parte, è arcinoto.
Era, Erisittone, un boscaiuolo, secondo alcuni anche re della Tessaglia; a noi piace immaginarlo come titolare di una piccola impresa che recideva alberi per costruire case, suppellettili e tavoli da banchetto, chissà, forse anche imbarcazioni. Il suo nome deriva, con ogni probabilità, dal sostantivo χθών (chtòn) (terra, suolo) e da Ἔρις (Eris), la discordia. La sua vicenda è narrata, tra gli altri, nelle Metamorfosi di Ovidio, opera letteraria verso la quale abbiamo già denunciato le nostre debolezze (libro VIII, versi 738 – 878). Una trattazione del mito, in ogni caso, è presente anche nella serie a cartoni animati di ‘Pollon combinaguai’.
Un giorno Erisittone uscí di buon mattino per la normale routine: bisognava tagliare una quercia secolare e alcuni altri alberi per fare spazio a delle costruzioni. All’epoca non c’erano i centri commerciali né le esigenze dell’Amazzonia erano drammatiche come oggi. Tuttavia la Natura va rispettata.
Non c’erano nemmeno piani regolatori, speculazione edilizia ed ecomafie, se per quello ma la quercia citata non si doveva tagliare. Era sacra a Demetra, si diceva, e la dea della vegetazione e dell’agricoltura avrebbe fatto pagare a caro prezzo l’iniziativa di chi le avesse recato danno. Le ninfe Driadi erano solite, peraltro, intrecciare attorno al suo fusto amene danze di festa.
I lavoratori al soldo di Erisittone, probabilmente pagati a giornata, esitavano ad avvicinarsi alla quercia, piena di ghirlande ed ex voto. Erisittone, al contrario, non aveva esitazione alcuna; anzi, secondo Ovidio, arrivò a sacramentare:
Quand’anche non fosse solo cara alla dea ma la dea in persona,
tra poco a terra si schianterà con tutta la frondosa sua cima!“.
Queste cose non si dicono e non si fanno. La quercia emise un lamento, sbiancarono ghiande e rami frondosi. Al primo colpo, dalla corteccia zampillò del sangue, “come sgorga dalla nuca squarciata d’un toro possente, quando vittima immolata stramazza davanti all’altare”.
Qualcuno tentò di fermare l’empio Erisittone ma quegli, per tutta risposta, con la scure gli mozzò il capo. Dal cuore del fusto s’udí finalmente una voce:
“Sotto questa scorza vive una ninfa, io, prediletta di Cerere,
e in punto di morte io ti predico che per questo misfatto
il tuo castigo incombe e ciò mi conforta della mia fine”.
Neanche questo fermò Erisittone; anche di fronte all’ultimo avvertimento egli rimase testardo, come fanno oggi gli esseri umani di fronte alle notizie sui danni ambientali che stiamo recando al pianeta. Alla fine, stroncato da un’infinità di colpi e tirato dalle funi, l’albero crollò, travolgendo gran parte del bosco. Le Driadi, vestite di nero, si recarono da Demetra, Cerere per i Romani, raccontando l’accaduto. L’avidità va punita con l’avidità, la fame con la fame. Poiché, secondo il volere dei fati, la dea della vegetazione e la Fame non possono incontrarsi, Demetra convocò una ninfa Oreade, quelle che stavano sui monti, con il seguente mandato:
C’è nelle estreme contrade della Scizia un luogo gelato,
una terra desolata, sterile, priva d’alberi e messi;
abitano lí l’inerte Gelo, il Pallore, il Brivido
e la Fame digiuna: ordinale di annidarsi nelle viscere
scellerate di quel sacrilego; profusione di cibo
non la vinca e nella contesa con le mie risorse abbia la meglio!
La lontananza non deve spaventarti; prendi il mio cocchio,
prendi i miei draghi: con le briglie li guiderai lungo il cielo“.
La Fame, neanche a dirlo, era brutta come la fame:
Ispidi aveva i capelli, occhi infossati, viso pallido,
labbra sbiancate dall’inedia, gola rósa dall’arsura,
rinsecchita la pelle, diafana al punto da mostrare le viscere;
ossa scarne spuntavano dalle anche sue spigolose,
del ventre aveva la cavità, non il ventre; il torace sembrava
sospeso, sorretto soltanto dalla colonna dorsale.
La magrezza esaltava le articolazioni, rotule e malleoli
tumefatti sporgevano come gibbosità mostruose”.
Informata, a dovuta distanza, dell’accaduto, la Fame accettò. Volò grazie al vento fino alla casa di Erisittone e lo abbracciò nel sonno, infondendogli nel corpo se stessa e i morsi implacabili che la contraddistinguono.
“ (…) nel sogno è assalito dal desiderio di mangiare,
a vuoto muove la bocca, tormentando dente contro dente (*),
stanca la gola delusa con cibi inesistenti
e, in luogo di vivande, senza frutto divora folate d’aria.
Quando poi si desta, la smania di mangiare divampa furiosa
e domina la gola insaziabile, le viscere in fiamme.
Non può attendere: ciò che produce il mare, la terra, il cielo,
tutto esige e davanti a tavole imbandite geme per inedia,
fra le vivande chiede vivande, e ciò che a intere città,
a un popolo intero potrebbe bastare, a lui, un uomo, non basta:
quanto piú ingurgita nel ventre, tanto piú egli brama.
Come il mare assorbe i fiumi di tutto il mondo, senza mai saziarsi
d’acqua, e assimila anche le correnti dei luoghi piú lontani;
come il fuoco nella sua ingordigia non rifiuta alcun alimento,
bruciando un’infinità di tronchi, e piú gliene danno,
piú ne vuole, reso ancor piú vorace dalla quantità;
cosí la bocca dell’empio Erisittone a iosa inghiotte vivande
e altre ancor ne reclama; per lui il cibo chiama
cibo: mangia, mangia, ma in lui sempre un vuoto si forma”.
Quando uno è scellerato, è scellerato in tutto. Consumate tutte le sostanze, prosciugato il conto in banca, l’empio Erisittone vendette la figlia a un estraneo. La figlia, però, era giaciuta con il dio Poseidone; lo pregò, e quello la trasformò la prima volta in un pescatore, in un animale diverso ogni volta che veniva venduta, per consentirle di fuggire e tornarsene a casa.
Tutti gli espedienti hanno dei limiti e, un giorno, anche la vendita truffaldina ebbe fine:
(…) Erisittone, lacerandole a morsi, cominciò a divorarsi
le membra e, con strazio, a nutrirsi rosicando il proprio corpo.

THE END

Ovviamente, oltre all’interpretazione ambientalista, la chiave di lettura piú immediata è il mancato rispetto della divinità. La quale, tuttavia, risiede tranquillamente nella natura.

(*) muove a vuoto la bocca, tormentando dente contro dente: se non fosse per l’operato degli dèi, potrebbero essere sintomi di bruxismo, normalmente causato dall’ansia e dallo stress.

One Response

  1. Ci è gradito ricordare che ricorre quest’anno il bimillenario dalla morte di Publio Ovidio Nasone. Uno dei tanti modi per celebrare il grande poeta latino lo ha inventato l’attore abruzzese Gabriele Cirilli, con lo spettacolo ‘Tale e Quale a… Ovidio’, che si terrà a Sulmona il 16 agosto alle ore 21.

    05/08/2017 at 22:33

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